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Gwangju Biennale 2026: 43 Artisti Internazionali e Caccia al Direttore Artistico per l’Edizione 2028

Nel 2026, Gwangju si prepara a un nuovo capitolo della sua storia artistica. La sedicesima Biennale, in programma dal 5 settembre al 15 novembre, radunerà 43 artisti pronti a raccontare il cambiamento. Quel cambiamento che non è mai una parentesi, ma una condizione costante. Il titolo scelto, You Must Change Your Life, riprende le parole di Rainer Maria Rilke e le trasforma in un invito urgente, quasi una sfida. La città, già da trent’anni, è il fulcro dell’arte contemporanea asiatica: un laboratorio globale che continua a spingere i confini della creatività e della riflessione. Questa volta, il tema è chiaro e potente, proprio come l’arte che accoglierà.

Biennale inedita, per una trasformazione che non si ferma mai

Dietro la direzione artistica c’è Ho Tzu Nyen, regista e artista di Singapore, affiancato dai curatori Che Kyongfa, Park Gahee e Brian Kuan Wood. Questa edizione si fa portavoce di un’idea ampia di trasformazione, che tocca il personale e il sociale. Qui il cambiamento non è un evento eccezionale, ma una realtà costante, quasi una pratica quotidiana. La Biennale cambia passo rispetto al passato: meno artisti, ma più spazio alla profondità e al dialogo con il pubblico.

Il programma si muove su più fronti: dal rapporto tra corpo e tecnologia alle pratiche spirituali, dalla memoria collettiva alle nuove forme di convivenza, fino all’interazione con l’ambiente naturale e le culture che attraversano Gwangju. La città, teatro di lotte democratiche recenti e dolorose, rafforza così il significato simbolico della Biennale. Gwangju resta una testimonianza viva di come l’arte possa diventare motore di cambiamento politico e sociale, unendo creatività e impegno.

Artisti e collettivi sotto i riflettori

Saranno 43 gli artisti e collettivi chiamati a questa edizione, selezionati per offrire una varietà di linguaggi e visioni da tutto il mondo. Accanto a figure storiche come Lygia Clark, Tehching Hsieh e Július Koller, spazio a interpretazioni contemporanee che spaziano dalla performance alle pratiche partecipative, dalla ricerca sonora all’ecologia, fino alle tecnologie emergenti.

Tra i protagonisti spicca il collettivo May Mothers House, formato dalle madri delle vittime del movimento democratico di maggio 1980 a Gwangju. Il loro lavoro è un ponte tra memoria e impegno civile, una testimonianza di come il dolore possa trasformarsi in arte e in forza di cambiamento. C’è poi l’italiana Rossella Biscotti, classe 1978, che con sculture, film, installazioni e ricerche d’archivio indaga la memoria politica e i meccanismi del potere. La sua carriera è costellata di partecipazioni importanti, dalla Biennale di Venezia a Documenta e Manifesta.

Tra gli altri nomi: Matthew Barney, Jean Barth, James Benning, Mona Benyamin, CAMP, Nina Canell, Kiri Dalena & Ben Brix, A K Dolven, İnci Eviner, Angela Goh, Goldin+Senneby, Jacqueline Kiyomi Gork, Rafik Greiss, Amanda Heng, Heo Baekryeon , James T. Hong, Sohrab Hura, Saodat Ismailova, Volcanoes of Jeju , Jeong Geumhyung, E Roon Kang, Sunik Kim, Daisuke Kosugi, Kwon Byungjun e Park Chan-kyong, Lu Yang, Melvin Moti, Nam Hwayeon, Christian Nyampeta, Bhenji Ra, Rim Dong Sik e Nature Artist Woo Pyongnam , Ryu Hankil, Sasaki Ken, Suzuki Akio, Ullimsanbang , Wang Jiahao, Wang Tuo e Maya Watanabe.

Gwangju: una città, una memoria, una biennale

La Biennale di Gwangju nasce nel 1994 e debutta l’anno dopo. È molto più di una semplice mostra: è un omaggio al Movimento Democratico del 18 maggio 1980, la rivolta popolare brutalmente repressa dalla dittatura militare. La manifestazione è un ponte tra storia, memoria e scambio culturale globale. Gwangju stessa porta sulle spalle un’eredità di lotta e speranza, simbolo di democrazia in Corea del Sud.

In oltre trent’anni, la Biennale si è affermata tra le più longeve e influenti nel panorama dell’arte contemporanea mondiale, accostandosi a eventi come la Biennale di Venezia e Documenta di Kassel. Ha visto la partecipazione di artisti di spicco come Cindy Sherman, Roni Horn, Thomas Hirschhorn, Harun Farocki, Mike Kelley e Haegue Yang. Il suo successo si deve anche ai tanti direttori artistici che si sono alternati, da Okwui Enwezor, che ha portato al centro del dibattito temi postcoloniali e globali, a Nicolas Bourriaud, che ha puntato sulle relazioni e la partecipazione nell’arte contemporanea.

Dal 2018 fa parte del festival anche il Pavilion Project, una rete di mostre diffuse per la città, ospitate da musei e centri d’arte internazionali. Nel 2024 coinvolge 32 Paesi e più di 180 artisti, confermando la Biennale come uno spazio aperto e in costante crescita.

Già aperta la selezione per il direttore artistico del 2028

Mentre il 2026 prende forma, la Fondazione Gwangju Biennale ha già lanciato il bando internazionale per scegliere il direttore artistico della prossima edizione, prevista per settembre 2028. Curatori singoli o in team, coreani o stranieri, sono invitati a presentare le loro candidature con curriculum, progetto curatoriale, portfolio e lettere di referenza.

Questa scelta anticipata dimostra la voglia di guardare lontano, consolidando Gwangju come laboratorio internazionale sulle trasformazioni culturali, sociali e politiche. Si cercano visioni innovative che rafforzino l’identità globale della Biennale, insieme a strategie efficaci per coinvolgere il pubblico e migliorare la comunicazione.

La call chiude il 3 agosto 2026, segnando un momento chiave per la continuità e l’evoluzione di un evento che si prepara a essere uno snodo fondamentale nel calendario mondiale dell’arte contemporanea.

Redazione

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