A Pompei, il Canone di Policleto torna a farsi vedere, ma non come prima. Per secoli, questa celebre opera greca è rimasta nascosta, visibile soltanto tramite copie romane. Ora, invece, una nuova statua in bronzo prende vita, frutto di un lavoro minuzioso e di tecniche moderne. Dietro a questa rinascita, c’è una fonderia napoletana che ha dato forma a un pezzo di storia, restituendo al pubblico un’immagine che sembrava perduta. L’evento ha richiamato esperti, istituzioni e appassionati, tutti pronti a celebrare più di un semplice reperto: un vero e proprio segnale di rinascita culturale.
Policleto, scultore greco del V secolo a.C., ha segnato la storia dell’arte con la sua idea di proporzione e simmetria. Il Canone è l’esempio perfetto di questa ricerca di armonia, rappresentata da un uomo in posa classica, icona del classicismo greco. L’originale in bronzo, realizzato intorno al 440 a.C., non è arrivato fino a noi – come capita per tante statue bronzee dell’epoca. Quello che resta sono le numerose copie in marmo, soprattutto romane. Pompei, insieme a Ercolano e altre località del Vesuviano, è diventata una sorta di archivio di queste repliche.
La statua più completa, ritrovata nel 1793 nella Palestra Sannitica, ha fatto da base alla ricostruzione attuale. A questa si è aggiunta la testa proveniente dalla Villa dei Papiri di Ercolano, considerata di qualità artistica superiore e più vicina all’originale. Nel 1863, lo studioso tedesco Karl Friedrichs riconobbe proprio in quella statua pompeiana la copia del Doriforo di Policleto, aprendo la strada a una nuova pratica critica: ricostruire opere perdute attraverso il confronto tra copie sopravvissute.
Da queste testimonianze è nata una ricostruzione sempre più precisa del Canone, che ha ispirato artisti e studiosi in tutto il mondo. Oggi si conoscono più di cinquanta varianti, a conferma dell’importanza di questa immagine classica.
La statua in bronzo presentata dal Parco Archeologico di Pompei introduce due innovazioni importanti rispetto alle versioni realizzate all’inizio del Novecento. Prima di tutto, la policromia: oggi sappiamo che le statue greche non erano bianche come spesso ce le immaginiamo, ma colorate. Nel nuovo modello si lascia vedere il colore autentico del bronzo, restituendo così un’atmosfera più vicina a quella originaria.
In secondo luogo, cambia un dettaglio chiave: la figura non tiene in mano la classica lancia lunga , ma un giavellotto . Il nuovo elemento, realizzato in legno, cuoio e metallo, suggerisce un’interpretazione diversa e potrebbe ribaltare un’idea consolidata da oltre un secolo, quella che vedeva il Canone e il Doriforo come la stessa opera. Se confermata, questa novità apre nuove piste di studio sull’identità e la funzione della scultura.
Dietro questa ricostruzione c’è un lavoro interdisciplinare, che ha riscoperto tecniche artigianali tradizionali come la fusione a cera persa. Ed è proprio grazie alla storica fonderia Chiurazzi che questo progetto ha preso forma.
La fonderia Chiurazzi, a Napoli, conserva da oltre un secolo matrici di calchi in gesso che hanno permesso di riprodurre grandi opere d’arte classica. Il Parco Archeologico di Pompei ha acquisito queste matrici per salvarle da una dispersione sul mercato internazionale e per farle tornare fruibili in un contesto scientifico e culturale.
Questo progetto non è solo un atto di conservazione, ma anche un rilancio dell’artigianato locale. La fusione artistica a cera persa torna così a essere protagonista, creando un ponte tra passato e presente e valorizzando competenze che ancora vivono nelle fonderie campane. Il restauro e l’uso delle matrici diventano un laboratorio pratico che svela tecniche e saperi antichi.
Il lavoro ha coinvolto esperti italiani, greci e tedeschi, trasformandosi in una vera collaborazione internazionale. I risultati verranno raccontati in pubblicazioni scientifiche e in programmi televisivi dedicati alla cultura.
Le copie romane trovate a Pompei, Ercolano e Stabia rappresentano una chiave fondamentale per capire opere greche oggi perdute. Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico, ha sottolineato l’importanza di studiare i luoghi in cui queste statue erano collocate – dalle case private agli spazi pubblici, come i ginnasi – per ricostruire il contesto e il ruolo sociale delle opere.
Questi ambienti romani custodiscono aspetti dell’arte greca che altrimenti sarebbero inaccessibili e costituiscono un patrimonio unico, che continua a offrire spunti per nuove ricerche. La riattivazione delle matrici è stata definita una metafora per la tutela del patrimonio culturale: se non si studia e non si usa, rischia di scomparire o essere dimenticato. Questo progetto crea invece un circolo virtuoso dove ricerca, conservazione e divulgazione si sostengono a vicenda.
Dal sito archeologico alle scuole, dai musei agli spazi pubblici, il patrimonio diventa così un bene vivo, in dialogo con la comunità.
Alla presentazione ufficiale hanno preso parte il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso. Il ministro ha evidenziato il valore culturale, artistico e filologico di questa ricostruzione, che va oltre l’aspetto estetico e apre nuove strade alla conoscenza.
Il procuratore Fragliasso ha invece messo l’accento sulla tutela del patrimonio, tema sempre più cruciale in un’area così ricca e fragile come quella vesuviana. L’iniziativa del Parco Archeologico dimostra come conservazione, divulgazione e ricerca possano andare di pari passo per proteggere e valorizzare le risorse artistiche.
La nuova visione del Canone di Policleto sarà approfondita il 9 agosto nel programma “Noos – L’avventura della conoscenza” con Alberto Angela, in onda su Rai 1. Un’occasione per portare al grande pubblico uno studio che cambia alcuni aspetti fondamentali del capolavoro classico e ne racconta l’importanza nella storia dell’arte.
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