Immagina il terreno che si spacca sotto i tuoi piedi, ti sfida Samanta Schweblin nel suo nuovo libro, appena uscito per Einaudi nel 2026. Sei racconti brevi, poco più di cento cinquanta pagine tradotte da Maria Nicola, che esplorano proprio quel momento fragile in cui la realtà si incrina. I personaggi si muovono tra perdita e paura, camminano sul filo sottile che separa il familiare dall’ignoto. La scrittura di Schweblin è al tempo stesso affilata e tenera. Non offre risposte, lascia tutto sospeso, come un corpo che trema, in attesa o forse in preda all’angoscia.
Nei racconti di Schweblin, l’elemento fantastico, che aveva fatto capolino in “Distanza di sicurezza” o “Kentuki”, lascia spazio a un realismo sospeso, quasi palpabile. Fin dalle prime righe si avverte una tensione sottile, un tremolio sotto la superficie comune delle cose: la casa, la famiglia, il corpo. L’autrice si concentra su quell’instabilità improvvisa che fa vacillare ciò che sembrava solido. Ecco allora incidenti, malattie, assenze che spezzano la normalità. I protagonisti capiscono solo troppo tardi di aver superato un confine invisibile, come Wile E. Coyote che si accorge solo nel momento in cui precipita.
Il racconto di apertura è emblematico: una donna che si immerge nel lago con una cintura di pietre, poi cambia idea, ma tornando a riva non trova conforto. Al contrario, il vicino cacciatore, silenzioso testimone, le rivolge un ammonimento duro, quasi crudele: imparare a stare in piedi da sola. Un passaggio chiave che fa riflettere sul legame tra fragilità e forza interiore, sul prezzo da pagare quando il mondo intorno cambia senza preavviso.
“Il buon male” non è un ossimoro buttato lì a caso. Per Schweblin, il male è quasi un agente necessario: un vento che spazza via il superfluo, che mette a nudo ciò che conta davvero, spesso solo quando sta per essere perso. È nella convivenza stretta di piacere e dolore che si segna un confine fondamentale, perché entrambi coinvolgono il corpo in modo ineludibile. Con questi racconti si capisce che nella vita i momenti di rottura sono paradossalmente quelli più veri, quelli in cui affiora una verità nascosta.
Attraverso le storie di personaggi segnati dalla fatalità, Schweblin esplora l’esperienza umana in modo crudo ma profondo. Prendiamo il racconto di un bambino che si chiede se sia dentro o fuori da una situazione che non comprende; quella semplicità disarmante colpisce forte, spingendo il lettore a guardare alle proprie fragilità. Allo stesso modo, lacerazioni familiari o rancori di vecchia data alimentano una tensione palpabile che attraversa tutta la raccolta.
Un tratto che avvicina Schweblin a Raymond Carver è la scrittura asciutta, senza orpelli. Niente consolazioni, nessuna fuga dalla realtà cruda dei fatti. Le sue pagine raggiungono un’intensità che costringe a restare svegli, come quando dubiti di aver spento il gas o chiuso la porta a chiave. La tensione resta sospesa, un filo teso che non si spezza mai.
Questo minimalismo non è semplificazione, ma precisione. Ogni parola pesa, ogni scena è calibrata per mostrare quanto sia fragile il confine tra sicurezza e disagio profondo. I racconti di Schweblin non danno risposte né rassicurazioni; tocca al lettore fare i conti con queste storie, appena sfiorate ma potenti.
Tra i racconti spicca “La donna di Atlántida”, con la sua calma apparente che nasconde un’intensa introspezione. Due sorelle e una poetessa senza più ispirazione raccontano un tempo di attesa e declino. È un passo indietro rispetto all’angoscia degli altri testi, ma suggerisce che anche la letteratura può essere parte del “buon male”: abbattere, sbriciolare per poi ricostruire.
Qui si parla di esaurimento creativo e dell’attesa che spesso accompagna gli artisti. Un tema che rispecchia molte fragilità già indagate da Schweblin, ma con un tono più riflessivo, meno minaccioso. La casa diventa un luogo di meditazione, di silenzi lunghi e carichi di aspettative deluse, un microcosmo dove si intrecciano attesa, memoria e desiderio di rinascita.
Nel complesso, il libro è un invito a confrontarsi con quel piccolo, destabilizzante movimento che si insinua nel banale e nel familiare, scuotendolo fino a renderlo quasi irriconoscibile. Samanta Schweblin consegna una raccolta in cui ogni racconto riflette quei momenti in cui la vita normale perde forma e solo il corpo, con le sue sensazioni, resta a testimoniare la verità.
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