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Addestrare l’intelligenza artificiale costa milioni di libri distrutti: il caso Project Panama di Anthropic

Milioni di libri distrutti per addestrare un’intelligenza artificiale. Non è il titolo di un romanzo distopico, ma la realtà concreta che sta scuotendo il mondo della cultura. Anthropic, la società americana dietro al modello linguistico Claude, ha messo in atto una pratica spietata: il “destructive scanning”. I volumi vengono acquistati, le pagine strappate e scansionate una dopo l’altra, per poi finire al macero. Quel che resta è solo una versione digitale, pronta a insegnare alle AI a comprendere e generare il linguaggio umano. Ma questa trasformazione non è passata inosservata. Nel 2023, un gruppo di scrittori ha alzato la voce, portando in tribunale la questione: violazioni di copyright e il destino crudele riservato a quei libri, ridotti a mera materia prima.

Scansione distruttiva e lo scontro legale sul copyright

Dietro a questa operazione c’è il cosiddetto Project Panama, emerso negli Stati Uniti proprio nel 2023, quando gli autori hanno avviato la battaglia legale contro Anthropic. Dai documenti del processo si apprende che l’azienda ha investito milioni per acquisire enormi quantità di libri cartacei, affidandosi a specialisti come Tom Turvey, già collaboratore di Google Books. Il sistema è drastico: i libri vengono smontati, le pagine scansionate a grande velocità e poi distrutte. Non si tratta di fare copie tradizionali, ma di trasformare il testo in dati utili a insegnare alle AI il linguaggio e i contenuti. Di recente, un tribunale americano ha riconosciuto che questa pratica rientra nel “fair use”, perché estrae informazioni senza creare versioni concorrenti del libro. Resta però aperta la questione sull’uso passato di archivi pirata, le cosiddette “shadow libraries”, sfruttate per alimentare i sistemi AI senza autorizzazioni.

Il valore dei libri cartacei nell’era dell’intelligenza artificiale

Per quanto paradossale, i libri stampati restano oggi una fonte di qualità difficile da sostituire. I testi pubblicati prima dell’arrivo dell’AI generativa offrono dati più affidabili, meno contaminati da quella “immondizia digitale” che ormai invade il web, fatta di articoli e recensioni prodotti da intelligenze artificiali meno evolute, chiamata tecnicamente “slop”. Usare queste fonti per addestrare nuove AI rischia di generare un fenomeno noto come “model collapse”: un progressivo calo nella qualità linguistica e informativa causato dal continuo riciclo di contenuti già rielaborati. Per questo la filiera dell’intelligenza artificiale guarda con interesse ai libri, considerati fonti autentiche, sottoposte a un controllo editoriale e scritte con un linguaggio strutturato, un patrimonio culturale più solido rispetto all’oceano caotico di contenuti online.

Il paradosso tra distruggere i libri e salvare la conoscenza in digitale

La contraddizione tra distruggere i libri fisici e conservare la loro conoscenza in digitale solleva questioni profonde sul valore materiale della cultura. Eliminare la copertina, strappare le pagine, bruciare o macerare la carta significa cancellare un bene concreto: la qualità della carta, la scelta tipografica, le annotazioni a mano, i segni lasciati dai lettori. Un libro non è solo un testo, ma un oggetto che racconta una storia tangibile, un processo editoriale che si è sviluppato nel tempo. Pur ricordando drammatiche distruzioni culturali della storia e la letteratura distopica – da “Fahrenheit 451” di Bradbury a “1984” di Orwell – qui manca qualsiasi intento ideologico di cancellazione. L’operazione di Anthropic è una scelta industriale: estrarre dati preziosi da un archivio analogico per alimentare modelli matematici, sacrificando il passato per costruire il futuro.

La sfida culturale nella rivoluzione digitale dei libri

Il caso Anthropic mette in luce una tensione chiave del nostro tempo: la modernizzazione della conoscenza passa attraverso la trasformazione di supporti storici in flussi digitali, spesso a scapito della loro identità materiale. Questa trasformazione mette a rischio aspetti fondamentali della memoria collettiva e della storia editoriale. I castelli di sabbia crollano senza una base solida. Se molte biblioteche e archivi subiscono danni per cause esterne – guerre o calamità – qui assistiamo a un’autodistruzione guidata dalla tecnologia. La sfida è trovare un equilibrio tra progresso digitale e tutela dei beni culturali concreti, riconoscendo che ogni libro convertito in dati è una perdita irreparabile della sua dimensione fisica e storica.

Redazione

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