La pittura italiana non è morta. Anzi, pulsa forte, soprattutto tra i giovani artisti che sanno guardare al passato senza chiudersi al presente. Barbara De Vivi, veneziana nata nel ’92, è uno di quei nomi che raccontano questa nuova stagione. Il suo lavoro si nutre di storia dell’arte ma prende forma anche nelle pieghe della vita quotidiana e delle questioni sociali. Il risultato? Quadri che parlano di identità, immagini che intrecciano tradizione e sperimentazione, offrendo una pittura viva, personale e sorprendentemente attuale.
Il fulcro del lavoro di Barbara De Vivi è il corpo, non solo come forma fisica, ma come spazio dove si costruisce e si mette in discussione l’identità, personale e sociale. Usa soprattutto l’acrilico su carta, un mezzo che le consente di sovrapporre strati semitrasparenti, con segni veloci e frammentati. Un linguaggio visivo che sembra un dialogo in corso, nato anche da uno scambio fotografico continuo con sua sorella. Insieme costruiscono immagini che raccontano la fluidità della percezione di sé. Le sue figure non sono mai nette, ma sfumate, sospese tra riconoscersi e perdersi. Così si mette in luce quanto l’identità sia un confine permeabile, sempre in movimento, mai fissa.
Barbara racconta di aver respirato pittura fin da piccola, immersa nella Venezia che la circondava e in una famiglia che ha coltivato la sua passione. Il legame con la scuola veneziana rinascimentale del Cinquecento è chiaro, ma si sente anche l’influenza di artiste contemporanee come Marlene Dumas, capace di portare dentro la pittura una tensione emotiva intensa e attuale. Per De Vivi, la pittura non è solo uno strumento: è la base stessa del suo percorso artistico.
Per Barbara De Vivi, l’identità oggi è più che mai un tema centrale. Il suo lavoro non si limita a mostrare una figura, ma mette in scena l’autorappresentazione come un processo aperto, sociale e culturale. L’identità non è un confine netto, ma un territorio che si apre all’incontro con l’“altro”. Un approccio che rispecchia la sensibilità del nostro tempo, che rifiuta definizioni rigide e predilige il dialogo tra differenze.
Nelle sue opere, la pennellata è fondamentale: diventa segno grafico e atmosfera cromatica insieme. Si muove nervosa, come un’energia trattenuta che dà vita a soggetti immobili, creando una tensione visiva che rompe la staticità. Questa dinamica porta a galla movimento e intensità, incarnando volti e corpi in continuo cambiamento.
Sempre più spesso, De Vivi associa il suo lavoro a un gesto politico, una forma di resistenza in un mondo che corre troppo veloce e ci isola. Nel suo spazio di lavoro, condiviso con altre artiste, si costruisce una comunità vera, lontana dalla competizione che domina il mercato e la produzione artistica. Qui l’arte diventa un luogo di relazione, un rifugio dove il confronto è possibile e rigenerante.
Barbara De Vivi non rinuncia alla tradizione, ma integra strumenti moderni. La fotografia digitale, in particolare, gioca un ruolo importante: serve a documentare scene e allestimenti che prepara prima di dipingere. Così, l’immagine fotografica entra nel processo creativo, diventando parte della costruzione pittorica.
Il suo immaginario si nutre di stimoli diversi: dalla letteratura alla saggistica, con autori come Georges Didi-Huberman e Georges Bataille che offrono spunti teorici alla sua ricerca. Anche cinema e musica influenzano il suo lavoro, ampliando il ventaglio delle influenze senza mai perdere coerenza.
In un’epoca dominata dall’immagine digitale e dalla velocità, Barbara guarda con attenzione alla dimensione “analogica” della pittura. Il lavoro manuale, i tempi lenti e le sue imperfezioni ci invitano a riflettere sul valore dell’osservare e del creare. Questo contrasto tra tecnologia e artigianalità apre una riflessione critica sul mercato dell’arte e sul modo in cui oggi fruiamo le immagini.
Le fonti visive di De Vivi sono molteplici: da un lato, la classicità con riferimenti iconografici; dall’altro, immagini prese dalla cultura di massa e dai social media. Questa doppia provenienza non si limita a una semplice somma, ma si trasforma in un filtro che riflette la complessità del presente.
Nel suo lavoro la linea tra privato e collettivo si dissolve: le immagini diventano un palcoscenico dove si intrecciano memorie personali e stimoli esterni. Il risultato è un’immagine stratificata, complessa, che sfida chi la guarda a interrogarsi.
Il momento più delicato è la scelta del soggetto e la prima fase di pittura, con pennellate larghe e fluide che danno il tono all’opera. Per Barbara, il lavoro si completa quando si raggiunge un equilibrio tra complessità e immediatezza, tra segni precisi e freschezza visiva, uno stato in cui emerge l’atmosfera senza perdere trasparenza.
Per Barbara De Vivi la pittura non è solo una scelta tecnica o stilistica. È un legame profondo che resiste nonostante l’invasione delle immagini digitali, spesso concepite per rispondere a logiche commerciali e di potere. La pittura, al contrario, permette di recuperare un modo più lento e consapevole di costruire l’immagine, fatto di mani e materia.
Questo si traduce in una riflessione più ampia sul modo in cui vediamo e produciamo immagini, in un’epoca in cui il digitale avanza a ritmo serrato. Non è solo una questione estetica, ma riguarda il modo in cui viviamo la cultura e il ruolo dell’artista nel dare senso.
La partecipazione di De Vivi a grandi mostre collettive, come il progetto “Ensemble”, aiuta a tracciare la mappa della scena artistica italiana contemporanea e le sue tante sfumature. Le riflessioni critiche e il lavoro curatoriale che le affiancano offrono strumenti preziosi per capire come la pittura si stia trasformando oggi, e come si rapporti al presente, con uno sguardo attento alle dinamiche culturali in gioco.
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