«La mente è un labirinto di emozioni invisibili», diceva uno degli artisti esposti al MACRO di Roma il 5 ottobre 2026. Quel giorno, la linea sottile tra arte e salute mentale si è dissolta in un dialogo vero, potente. Non una semplice mostra, ma un’esperienza che ha trasformato il disagio psicologico in un racconto condiviso, tangibile. MondoFarmacia ha voluto così celebrare la Giornata mondiale della salute mentale, scegliendo un percorso espositivo che unisce scienza e creatività. Fotografie, installazioni, disegni e testimonianze si sono intrecciati, dando voce a ciò che spesso resta muto. Qui, la mente si è svelata senza filtri, senza giudizi, invitando a guardare oltre la superficie del dolore.
Il legame tra creatività e salute mentale è noto da tempo, ma nel mondo medico resta spesso un capitolo poco approfondito. Durante FarmaCrea 2026, la professoressa Liliana Dell’Osso, psichiatra di rilievo nazionale, ha ricordato come, prima dell’arrivo dei farmaci, l’arte fosse una sorta di “pre-terapia” per dare un senso al malessere interiore. Attraverso simboli, immagini e metafore, si traducevano in forme visive emozioni confuse e difficili da definire. Oggi questa funzione non sostituisce la cura medica, ma la affianca, aiutando a prendere consapevolezza e a comunicare stati d’animo spesso nascosti. L’arte diventa così uno strumento per rompere l’isolamento emotivo, favorendo l’ascolto e la relazione, elementi essenziali per la salute mentale.
Gli esperti intervenuti al convegno hanno evidenziato come l’arte possa aiutare a costruire nuove narrazioni personali e sociali. Immagini, parole e forme creano un dialogo tra sé e l’altro, tra fragilità e possibilità di ripresa. Questo è particolarmente importante quando la sofferenza non è ancora riconosciuta o risulta difficile da raccontare, situazioni comuni in molti disturbi psichici. L’arte apre così uno spazio dove il disagio diventa visibile senza dover essere definito, permettendo all’individuo di incontrare se stesso e gli altri.
Il percorso espositivo di FarmaCrea ha raccolto opere capaci di tradurre il conflitto psicologico in immagini. Tra i protagonisti, il fotografo Claudio Papetti ha presentato un montaggio video che ha coinvolto lo spettatore in una dimensione emotiva intensa. Poi c’è il lavoro di Daniele Campoli, noto come Statidanymo, con opere a grafite e carboncino che uniscono realismo e surrealismo, usando simboli per raccontare fragilità e battaglie interiori. Le due serie “?” e “Il peso delle ali” mostrano figure indefinite o metaforiche: “l’uomo comune” è un’identità fluida che riflette disagio e smarrimento, mentre l’angelo caduto simboleggia ansia, depressione e resistenza.
In parallelo, le fotografie nate nei laboratori della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro hanno portato in mostra le storie di giovani coinvolti in percorsi di cura. I progetti “Murales di Roma” e “Le finestre delle case di Roma” hanno messo in dialogo paesaggio urbano e vissuti personali. Nei murales, chi scatta la foto entra nella scena e diventa parte attiva della narrazione. Le finestre, invece, sono simboli di aperture e confini, intrecciando privato e pubblico. La fotografia diventa così uno strumento di scelta e attenzione, un modo per dare senso all’ordinario che nei laboratori diventa occasione di scambio e confronto.
A chiudere la mostra, l’installazione “Black Brain” di Michel OZ, realizzata nel 2026, ha offerto un’immagine intensa della mente come un equilibrio fragile e instabile. Cinque totem alti due metri, assemblati con materiali urbani ritagliati e ricomposti come un collage, raccontano la confusione e la ricomposizione dei pensieri. Le aree nere, gli spazi pieni e vuoti si alternano, rappresentando incertezze e tensioni interne alla mente.
L’opera mette in luce la difficoltà di rappresentare la complessità psichica, richiamando territori interiori oscuri e poco conosciuti. Michel OZ suggerisce che lo smarrimento è un’esperienza comune, ma che si può trovare una nuova direzione. L’installazione si presenta come una sezione tridimensionale della mente, dove frammenti di idee, minacce simboliche e impulsi di ricerca convivono in un equilibrio precario.
Nel percorso espositivo ha trovato spazio anche la narrazione con “Farmacia dell’immaginazione”, un progetto di Benedetta Bianchi che ha distribuito ai partecipanti tre racconti definiti “integratori dell’immaginazione”. Questi testi hanno offerto un’ulteriore chiave per riflettere sul disagio mentale, valorizzando la parola come strumento per aprire a nuovi modi di sentire e capire.
FarmaCrea 2026 ha confermato che arte e salute mentale possono dialogare senza confondersi. Le opere esposte e le storie raccolte hanno mostrato una varietà di modi per raccontare la sofferenza psichica, spesso sfuggente e difficile da definire. Più che fornire risposte univoche, hanno offerto strumenti per avvicinarsi a emozioni complesse, solitudine e ricerca di senso.
La partecipazione della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro ha dato concretezza a questo approccio, portando al MACRO immagini nate da laboratori partecipativi. Questi percorsi dimostrano che l’arte può affiancare la terapia medica, offrendo modi nuovi di comunicare e confrontarsi.
Non si tratta di sostituire professionisti o cure, ma di arricchire il percorso terapeutico con momenti di ascolto e creatività. Quando mancano le parole, immagini, racconti e gesti diventano canali preziosi. La Giornata mondiale della salute mentale invita a superare stereotipi e pregiudizi, ricordando che la sofferenza non si riduce a una diagnosi e che solo riconoscendo le dimensioni personali e relazionali si può davvero prendersi cura.
FarmaCrea festeggia anche il decimo anno dalla sua nascita, rinnovando l’impegno a costruire un dialogo aperto tra professionisti della salute, arte e cultura. “Paesaggi della mente” ha dimostrato ancora una volta quanto l’arte sappia far emergere realtà nascoste e offrire nuovi sguardi per capire ciò che si prova e si vive. Spesso, basta uno sguardo diverso per cominciare a raccontarsi e trasformare l’invisibile in una comunicazione condivisa.
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