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Che Febbre a Venezia: Matilde Sambo e Davide La Montagna Rivoluzionano l’Arte Contemporanea con una Mostra Unica

# “Che febbre: non riesco a smettere di vivere”

Il titolo si impone come un sussurro che diventa urlo, un battito incessante che pulsa tra le pareti di Joystick a Venezia. Appena varcata la soglia, lo spazio si fa luogo di metamorfosi: rami spigolosi sembrano sospesi nell’aria, quasi a sfidare la gravità, mentre collage vibranti catturano l’occhio come pezzi di memoria incastonati nel presente. Qui, il confine tra ciò che esiste e ciò che sfugge si dissolve; c’è una fragilità che lotta, si trasforma, resiste. La mostra, curata da Mara Sartore, riunisce le opere di Matilde Sambo e Davide La Montagna in un dialogo intenso, un invito a sentire quella febbre vitale che non lascia tregua.

Un titolo che parla di vita e resistenza

“Non riesco a smettere di vivere” suona come un urlo o un sussurro che richiama l’attenzione su quell’azione incessante che è vivere. Sambo e La Montagna si soffermano su questo tema, suggerendo che vivere significa continuamente perdere e reinventarsi. Perdere forme, pelle, persone care. La febbre, in senso metaforico, diventa il motore di un cambiamento continuo, un richiamo all’instabilità che caratterizza l’essere umano. Non è solo poesia: la mostra traduce tutto questo in materiali e oggetti che raccontano con forza il mutamento e la sopravvivenza oltre la loro funzione originale.

Il concetto di divenire emerge chiaro nelle opere di entrambi gli artisti. Sambo si concentra su forme organiche che racchiudono tracce di processi biologici, mentre La Montagna lavora con materiali di recupero, fotografie e parole per raccontare legami affettivi, presenti e assenti, difficili da afferrare. Questi due filoni si incontrano negli spazi della mostra, offrendo un’esperienza che esplora la tensione tra corpo e emozione.

Matilde Sambo: tra bronzo e grafite, la vita nelle forme organiche

Matilde Sambo costruisce le sue opere scegliendo materiali capaci di trasformarsi e lasciare segni. Bronzo e grafite si fondono in apparizioni vegetali e strutture che sembrano vivere di vita propria. L’installazione “Distrazione al pericolo” è un esempio lampante: un lungo ramo di spina d’acacia si protende dal pavimento al soffitto della galleria. Alle sue punte pendono piccole fusioni in bronzo di crisalidi vuote, sculture che riproducono involucri naturali ormai abbandonati. Questi elementi parlano forte di metamorfosi: la crisalide come simbolo del passaggio, di ciò che si lascia indietro per dare spazio a una nuova vita.

Le opere su carta di Sambo continuano questa riflessione con una precisione quasi anatomica. Figure animali emergono dai fogli, disegnate con cura e rigore, trascinando chi guarda in una dimensione concreta e tangibile. In una di queste opere spicca la scritta “Tongues in my mind”, che evoca il contatto tra corpo e mente, tra sensazione e pensiero. Questi segni organici raccontano la fragile bellezza e il continuo mutare della natura, un tema che attraversa tutta la ricerca di Sambo.

Davide La Montagna: affetti fragili tra collage e materiali di recupero

Davide La Montagna lavora su un terreno diverso, ma complementare. I suoi pezzi si muovono tra parole, fotografie e oggetti trovati, assemblati in collage che raccontano storie di affetti precari, di memoria intima e di una quotidianità trasfigurata. L’artista dà forma a legami umani fragili e sfuggenti, usando superfici glitterate, ritagli d’archivio e testi dattiloscritti. Un dettaglio emblematico è la scritta “A SENTIMENTAL ANALYSIS” accanto a immagini di camosci e nidi d’uccello, che spingono il visitatore a riflettere sul sentimento come esperienza complessa e delicata.

Le sue composizioni sembrano diari che nascondono e mostrano allo stesso tempo. Le parole agiscono da schermo protettivo, preservando quella vulnerabilità emotiva che spesso segna i rapporti umani. Le immagini si intrecciano con citazioni e oggetti in una narrazione stratificata, capace di evocare distanze e mancanze, ma anche legami che resistono alla prova del tempo. Il lavoro di La Montagna si sviluppa in uno spazio intimo, dove passato e presente si mescolano nel racconto di un amore che continua a vivere nonostante tutto.

Dialogo tra Sambo e La Montagna: dalla precarietà a una presenza solida

Il cuore della mostra sta proprio nel confronto tra queste due ricerche: da una parte la materia e la fisicità biologica di Sambo, dall’altra la fragilità e complessità degli affetti di La Montagna. Entrambi traducono in forme l’idea di trasformazione come elemento essenziale della vita. La “febbre” del titolo diventa così la spinta che muove, l’energia che alimenta il desiderio di sentire, di esistere.

Non si celebra la paura o la perdita, ma si dà dignità al tempo che passa: un modo per mostrare come la precarietà possa trasformarsi in una presenza autentica e duratura. Gli oggetti e i materiali sono portatori di memorie umane difficili da fissare. Tra le installazioni più toccanti c’è il bouquet di La Montagna, che custodisce un anello di nozze tra petali di orchidea rosa, simbolo del legame tra passato e presente, tra ricordo e continuità. La mostra vibra di questa energia, con opere che parlano il linguaggio del corpo, del cambiamento e delle emozioni, in una Venezia del 2024 sempre più viva e aperta a nuove narrazioni artistiche.

Redazione

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