Napoli, Galleria Tiziana Di Caro: fino al 25 settembre quattro artisti si confrontano con il tempo e l’immagine, ma senza seguire le rotte più battute dell’arte contemporanea. Non è una mostra qualunque. Il titolo, “Dove il futuro fu, il passato sarà, il forse è”, suggerisce un gioco di specchi temporali, un invito a guardare oltre la linearità del tempo. Qui, il passato si mescola al futuro, il presente si sospende tra simboli, suoni e memorie. Quattro linguaggi diversi, quattro modi di raccontare ciò che sfugge, di catturare l’invisibile, di esplorare spazi dove il tempo non è più un semplice scorrere, ma un intreccio complesso e affascinante.
Theo Drebbel, pseudonimo che richiama teologia e alchimia, porta in mostra tre lavori in cui tempo e natura si fondono, mescolando archeologia, botanica e ricordo. Il primo è un gruppo di micropaesaggi creati con piante essiccate raccolte in Basilicata più di dieci anni fa. Disposte con cura e leggerezza, quasi come nell’ikebana giapponese, queste piante diventano un alfabeto primitivo: ogni specie è un segno, ogni composizione una parola. Un richiamo a Carlo Levi e Ernesto De Martino, che nelle stesse terre cercarono legami magici trasformando il tempo in cicli simbolici.
In un’altra opera Drebbel si confronta con l’ottone, segnato da graffi, incisioni e tratti di grafite. Tra ossidazioni e bordi metallici emerge la figura del trickster, simbolo di ambiguità e ribellione. Intorno, elementi vegetali richiamano i reliquiari barocchi delle monache di clausura, testimonianze di un’arte silenziosa e nascosta. L’ultima opera, tratta da “Le Soglie”, mette a confronto un’immagine ottocentesca di un balcone con oggetti contemporanei dietro un vetro: bacche, minerali, animali stilizzati. Un momento sospeso tra passato e presente, dove lo sguardo cambia continuamente prospettiva.
Renato Grieco, conosciuto anche come kNN, unisce la sua esperienza di compositore e artista in opere che ricordano i manoscritti medievali, ma con un ruolo diverso. Le sue creazioni sono partiture visive, scorci di ballate scritte dove il gesto di suonare diventa segno grafico. Non seguono la notazione musicale tradizionale, ma si ispirano alle intavolature rinascimentali, puntando sull’atto creativo più che sulla precisione delle note. Così anche chi non conosce la musica può “leggere” ritmo e movimento nascosti nelle immagini.
Accanto alle partiture, Grieco propone un’installazione sonora pensata per lo spazio della galleria: un loop che riempie l’ambiente di un’atmosfera armoniosa. Questo suono scandisce il rapporto tra gesto artistico e percezione uditiva, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza che fonde vista e ascolto.
Luca Gioacchino Di Bernardo porta a Napoli “Dio è con noi”, una grande tela già vista alla diciottesima Quadriennale di Roma. Qui il suo racconto è denso di simboli: due busti di angeli emergono da un cumulo di ossa di uomini e scimmie, un’immagine che parla di vita fragile e morte incombente. Sotto, una mucca piegata ma indifferente crea un contrasto tra forza e rassegnazione. Lo sguardo dello spettatore è guidato dal basso verso l’alto, tagliando fuori i volti degli angeli e lasciando un senso di impotenza.
Il dipinto è una riflessione sulla natura ferita dall’industrializzazione e sull’incapacità umana di proteggerla. L’alienazione è palpabile, così come la perdita di ogni conforto. È un invito a osservare la realtà con occhi critici: dietro la sacralità si nascondono contraddizioni e ferite, un clima di inquietudine e sfida.
Lorenzo Coletta, il più giovane del gruppo, porta un’impronta teatrale e installativa. Le sue tre opere raccontano una storia senza inizio né fine, un tempo sospeso. Al centro c’è una scultura, “Senza titolo ”: una Venere in gesso e ferro, trovata dal nonno dell’artista dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, che da allora ha assunto un significato familiare e simbolico. La statua è posta su un piccolo palco, ferma tra decomposizione e trasformazione, come se fosse bloccata in un movimento possibile ma mai realizzato.
Accanto, due grandi fotografie mostrano l’interno di una chiesa in due momenti diversi. Coletta le ha modificate, creando effetti che suggeriscono un movimento incerto e una luce ambigua. Il dialogo tra immagini dinamiche e la Venere immobile crea un contrasto netto, una riflessione sul tempo, sulla memoria, sulla storia e sull’identità.
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