Nel Museo Rietberg di Zurigo, un’esposizione fotografica scuote la tranquillità apparente della città. Non si tratta di immagini qualunque: sono scatti che riportano alla luce storie sepolte sotto decenni di silenzio coloniale. Volti che sembravano spariti, ora tornano a raccontare, con forza, il prezzo della violenza e dell’oppressione. Qui, la fotografia non si limita a documentare; provoca, sfida, costringe a guardare in faccia un passato scomodo. Ventuno artisti da ogni parte del mondo intrecciano memoria e resistenza, e offrono un ritratto crudo di un’eredità che non si può ignorare.
“A Kind of Paradise. Colonial-Era Photography in Contemporary Art” nasce proprio al Museo Rietberg di Zurigo, un polo culturale dedicato alle arti di Asia, Africa, Americhe e Oceania. Dietro l’allestimento c’è un lavoro durato oltre tre anni. A guidare il progetto è Nanina Guyer, esperta di fotografia storica e in particolare delle immagini legate alla società Sande di Sierra Leone e Liberia. La sua idea era chiara: tracciare una nuova mappa della memoria coloniale, affidandola allo sguardo di artisti contemporanei. La mostra riunisce venti voci da ogni angolo del mondo, che dialogano con le tracce visive e culturali lasciate dal colonialismo, trasformando fotografie d’epoca in spunti di riflessione vivi e attuali. La ricerca di Guyer, che si concentra sulle società femminili iniziatiche, supera confini geografici e tematici, privilegiando una visione globale e multipla.
Le opere in mostra diventano così archivi personali, contenitori di memorie collettive e intime, che prendono forma in narrazioni visive. Il “paradiso sommerso” del mito afrofuturista di Drexciya, che ricorda le donne incinte sacrificate durante la tratta degli schiavi, incarna la tensione tra perdita e speranza. La mostra non si limita a mostrare immagini d’epoca: le riporta in vita, interrogandosi sul peso delle ingiustizie ereditate e sul modo in cui oggi le comunità coinvolte le rappresentano.
Le fotografie in mostra rispondono a una domanda importante: perché ci toccano così profondamente? La risposta la danno gli stessi artisti, che trasformano vecchie immagini in ponti tra passato e presente. È chiaro che raccontare per immagini è una forma di potere: chi controlla la narrazione, spesso detiene anche le chiavi dell’identità. Quando questa storia viene alterata o dimenticata, si crea un vuoto che solo l’arte e la ricerca possono colmare.
Alcuni artisti usano la fotografia come un archivio intimo, raccogliendo immagini rovinate o perdute e ricostruendo genealogie negate. Cédric Kouamé, per esempio, mostra come il clima umido e la mancanza di protezione in Costa d’Avorio abbiano deteriorato archivi fotografici preziosi. Il suo lavoro, “The Gifted Mold Archive”, è testimonianza di un collasso ma anche di una resilienza, e denuncia il rischio di perdere pezzi fondamentali della memoria.
Altri artisti sfidano stereotipi e falsi miti. Wendy Red Star smonta le immagini costruite attorno ai popoli nativi nordamericani, rivelando paesaggi allestiti con animali di plastica. Così mette a nudo come certe fotografie abbiano legittimato narrazioni false, soffocando le vere voci dei protagonisti.
Dinh Q. Lê sposta l’attenzione sulle immagini di migranti e rifugiati, trasformandole in un racconto universale. Le radici spezzate della fotografia coloniale si riflettono ancora oggi nelle migrazioni che cambiano le vite e sfidano i confini.
La mostra di Zurigo non è solo un’esposizione, ma uno spazio per riflettere sull’identità e sul riscatto collettivo attraverso il racconto. Le fotografie, viste con occhi contemporanei, riavvicinano generazioni divise dal trauma, ridanno nomi e volti a chi li aveva persi e alimentano una consapevolezza che attraversa continenti.
Il lavoro degli artisti mostra che la memoria coloniale non è un capitolo chiuso, ma un processo in movimento. Ricordare e rielaborare immagini e storie crea un dialogo tra epoche e mette in luce le dinamiche di potere che ancora segnano la società. La mostra ricorda che conservare queste memorie è un dovere, non solo per correggere la storia, ma per difendere un patrimonio culturale che rischia di essere cancellato dall’oblio e dall’indifferenza.
In un momento in cui si rivede criticamente il passato coloniale, “A Kind of Paradise” spiega che la fotografia non è mai neutrale. Le immagini possono raccontare la verità ma anche diffondere menzogne e stereotipi. La sfida degli artisti è proprio questa: smontare quelle false narrazioni e restituire dignità e complessità ai soggetti spesso ridotti a semplici oggetti.
Alla fine, la mostra al Rietberg conferma il ruolo fondamentale dell’arte contemporanea nel recupero della memoria storica e nella costruzione di nuove storie post-coloniali. Sottolinea quanto sia importante proteggere e rispettare il patrimonio culturale, base indispensabile per un futuro più giusto e consapevole.
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