«La pittura è tutt’altro che morta», dice con decisione Anita Dal Sasso Ghellar, giovane artista romana nata nel 2000. Mentre molti annunciano la fine di questa forma d’arte, lei e altri giovani stanno riscrivendo le regole, mescolando passato e presente in modo sorprendente. Nelle botteghe italiane, tra colori e tele, si respira un’energia nuova, a tratti inquieta, a tratti rivoluzionaria. Anita vede la pittura come un organismo vivo, in continua trasformazione, capace di dialogare con il mondo contemporaneo e le sue complessità. Le sue opere raccontano un viaggio che affonda le radici nella tradizione italiana, ma non rinuncia a sfidare le convenzioni, aprendo strade inedite.
Le radici di un percorso in divenire
Anita parte dal quotidiano, dal personale, senza mai dividere la sua vita dal lavoro. Dopo la laurea all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha approfondito gli studi nell’allestimento scenico all’Accademia Teatro alla Scala, esperienza che ha lasciato un segno profondo nel suo modo di lavorare. All’inizio, alcune limitazioni logistiche la costringevano a non poter occupare completamente lo spazio di lavoro. Ma col tempo quelle difficoltà sono diventate stimoli: ha iniziato a sperimentare materiali e tecniche nuove. Così è nata una pratica adattiva, risposta a un’urgenza interna, che le ha permesso di trovare un equilibrio tra immagine, gesto e necessità concrete, arrivando persino a usare il ricamo come sovrapposizione gestuale alla pittura tradizionale.
Il suo studio è diventato più di un semplice laboratorio: è un vero e proprio campo di ricerca dinamico, dove l’opera non nasce solo dal gesto pittorico ma dall’incontro tra corpo, materia e limite. La realtà di tutti i giorni entra nella creazione come sostanza viva, segnando un percorso in cui l’arte diventa anche un modo per scandire e dare forma al tempo personale.
Roma nel cuore, l’arte nel sangue
Roma, con il suo patrimonio visivo e spirituale, è la spina dorsale dell’immaginario di Dal Sasso Ghellar. Fin da bambina, le grandi storie sacre e i capolavori del Rinascimento hanno popolato il suo sguardo. Le immagini viste durante le messe le hanno insegnato a leggere le composizioni come racconti carichi di senso. Anche il legame con la nonna tessitrice è fondamentale: quella pazienza e quel rigore tecnico nel lavorare gli arazzi si riflettono nella ritualità del suo fare artistico.
Tra i grandi del passato, Anita sceglie figure come Goya e El Greco per le atmosfere visionarie, Moreau per il mito e la fantasia, De Pisis per i vuoti e l’incanto emotivo, senza dimenticare la scultura luminosa dei Della Robbia. Tra i contemporanei, segue con interesse realtà diverse, dall’animazione di Virgilio Villoresi alle opere di Guglielmo Castelli e alla ricerca di Francesco Vezzoli. Questa apertura a linguaggi e pratiche differenti costruisce una rete di riferimenti in cui l’arte è dialogo, non un monolite.
Pittura che si trasforma in racconto e atmosfera
Per Anita la pittura non è più un obiettivo in sé, ma uno strumento flessibile per entrare in contatto con immagini, storie e suggestioni. Il mezzo classico si apre a contaminazioni, accogliendo il gesto e tecniche non convenzionali come il ricamo. Non si concentra su temi fissi, ma su un processo estetico e narrativo dove conta più il momento in cui il racconto si dissolve in atmosfera, lasciando l’opera oscillare tra riconoscibilità e perdita.
Al centro c’è la composizione, che deve sostenere e trattenere la storia, mentre il colore, spesso tenue e sfumato, crea presenze più che definire spazi. Il gesto si inserisce come elemento di rottura e sostegno insieme, con linee anarchiche e vibranti che cambiano il ritmo e la carica emotiva dell’opera.
Il presente dentro l’opera: cultura, tecnologia e teatro
Anche se non è un’arte dichiaratamente politica, la produzione di Dal Sasso Ghellar porta dentro di sé le tensioni del presente, filtrate attraverso un’elaborazione emotiva e atmosferica. Il suo sguardo si forma in un contesto sociale e culturale, anche se non sempre queste influenze sono espresse apertamente.
La tecnologia entra nel suo lavoro soprattutto come archivio visivo: serve a raccogliere e organizzare immagini e stimoli, ma non domina il processo creativo della pittura, che resta manuale e tattile. Fondamentale è invece l’esperienza teatrale: l’allestimento scenico ha aperto la sua visione dell’arte come esperienza sensibile e collettiva, capace di trasformare un’immagine statica in presenza viva e mutevole. La pittura diventa così un “respiro immobile” che il teatro anima, mescolando spazio, forma e colore in un meccanismo vivo di meraviglia e suggestione.
Quando il personale incontra il collettivo
Nel lavoro di Anita, il confine tra esperienza personale e visione collettiva è sottile e continuamente attraversato. Le memorie e le tensioni individuali si intrecciano con elementi culturali più ampi, dando vita a percezioni soggettive ma anche a tracce di un sentire comune.
Il percorso creativo si sviluppa in più fasi, a partire dalla scelta dell’immagine o della storia da raccontare, momento decisivo che definisce la direzione e contemporaneamente esclude altri elementi. Si passa poi a disegni delicati, sovrapposizioni e stratificazioni di materiali e tecniche. L’inserimento del ricamo cambia ritmo e tensione, aggiungendo nuove energie e direzioni che ridefiniscono l’opera.
La conclusione è spesso un punto di equilibrio incerto. Anita si concede spesso una pausa, lasciando “respirare” l’opera prima di dichiararla finita. Quel momento di interruzione diventa un attrito creativo, una zona dove si bilancia il desiderio di completare e la necessità di lasciare spazio al lavoro.
Scegliere la pittura oggi: tra tradizione e sperimentazione
Nonostante la complessità delle tecniche e dei materiali, per Anita la pittura resta il linguaggio principale, un mezzo che attraversa il tempo mantenendo fascino e forza. La sua formazione saldamente ancorata alla tradizione italiana si fonde con una continua apertura alla sperimentazione. Il rapporto tra superficie, colore e gesto rimane centrale, anche quando si usano materiali più plastici o insoliti.
Partecipare a una mostra collettiva come Ensemble significa mettere il proprio lavoro a confronto con altre sensibilità. Questo confronto apre nuove possibilità di lettura, moltiplicando le interpretazioni e cambiando non solo la percezione dello spettatore, ma anche il rapporto dell’artista con la sua opera. Il confronto tra la solitudine dello studio e la pluralità dell’esposizione si rivela così un passaggio fondamentale e fertile.
