A Torino, fino al 4 aprile 2027, una mostra celebra Marisa Merz, protagonista indiscussa dell’arte italiana contemporanea. Tre sedi diverse, ma legate da un filo sottile: quello che unisce materia e assenza, presenza e vuoto. Le sue opere, fatte di fili di rame e superfici leggere, sembrano nascere dal respiro stesso dello spazio, dove le forme non sono semplici volumi, ma soprattutto gli intervalli tra esse, gli spazi aperti che continuano a raccontare senza mai esaurirsi. Un viaggio nell’incertezza, delicato e potente insieme.
Un viaggio tra Fondazione Merz, Castello di Rivoli e GAM
“La danza delle ore” si snoda in tre luoghi simbolo di Torino: la Fondazione Merz, il Castello di Rivoli e la GAM. Ognuno mette in luce un aspetto diverso dell’arte di Marisa Merz, offrendo insieme un ritratto completo e sfaccettato della sua poetica. Dietro il progetto c’è un team di curatori esperti, tra cui Chiara Bertola, Sébastien Delot, Francesco Manacorda, Beatrice Merz, Chiara Parisi e Marianna Vecellio. Il Ministero della Cultura ha riconosciuto l’importanza dell’iniziativa, sottolineando il ruolo centrale di Merz nel panorama artistico italiano e internazionale. Grazie anche al sostegno della Fondazione CRT, questa grande mostra esplora sia la dimensione materiale che quella concettuale dell’opera dell’artista torinese.
Fondazione Merz: tra materia e gesto
Alla Fondazione Merz si guarda da vicino al materiale e ai processi creativi che caratterizzano lo stile di Marisa Merz. Le opere qui esposte sono quasi un laboratorio, dove materiali semplici come fili di metallo, superfici sottili e oggetti di uso quotidiano si trasformano in elementi di una ricerca continua. Si vede come l’artista dialoghi con la tradizione dell’Arte Povera, mantenendo però una voce tutta sua, originale e profonda. Un esempio chiave è “Arpa” , una rete di fili metallici sospesa nel vuoto. La sua struttura sfida la percezione di peso e volume, creando un equilibrio fragile ma preciso. I vuoti tra i fili generano tensioni sottili, mettendo in luce quanto le parti si influenzino a vicenda. Nel 1973 Paolo Pellion ha fotografato Marisa Merz mentre installava quest’opera a Torino: uno scatto che cattura il momento in cui il suo corpo guida e organizza lo spazio, fisico e simbolico, dell’opera.
Castello di Rivoli: spazio e spiritualità
Al Castello di Rivoli l’arte di Marisa Merz assume un respiro più ampio, legato all’ambiente e a una dimensione quasi spirituale. Al centro c’è “E il naufragar m’è dolce in questo mare” , un’installazione pensata per trasformare lo spazio in parte integrante dell’opera. Presentata per la prima volta a Torino e poi alla Biennale di Venezia, questa opera mette in dialogo materiali e assenza, in un gioco continuo tra pieno e vuoto. Oltre sessanta lavori, tra storici e recenti, ampliano la riflessione sul modo in cui Merz intreccia scultura, architettura e percezione. Le sue opere non restano isolate, ma si parlano tra loro e instaurano un rapporto aperto con chi le guarda, invitandolo a muoversi, fermarsi, osservare da diversi punti di vista. Il vuoto non è un semplice spazio vuoto, ma un elemento vivo che permette a ciascuno di costruire un proprio percorso. Nel catalogo dedicato all’artista nel 1998, Rudi Fuchs sottolineava proprio questa capacità di Merz di andare oltre la materia per coinvolgere lo spazio e lo sguardo.
GAM: la casa come laboratorio
Alla GAM di Torino, invece, si mette al centro il rapporto tra arte e vita domestica, un tema ricorrente nel lavoro di Merz. Qui la casa non è solo un luogo fisico, ma uno spazio di lavoro e sperimentazione. Oggetti semplici, gesti quotidiani e materiali comuni diventano sculture viventi, dove esperienza e linguaggio artistico si fondono. Tra le opere più rappresentative ci sono le “Living Sculpture” , che mostrano il carattere sperimentale e intimo dell’artista. Il volto umano, spesso presente nelle sue pitture e sculture, è instabile e ambiguo. Nelle sue rappresentazioni si percepisce una sospensione tra apparire e sparire, dove identità e forma si influenzano senza mai fissarsi in modo definitivo. Le opere di Merz non restano mai ferme: si trasformano, si ricompongono, in un dialogo costante con la materia che l’artista modula con sensibilità e attenzione.
Il vuoto, cuore pulsante dell’arte di Marisa Merz
Il vuoto torna come un filo rosso in tutte le opere presentate a Torino. Non è solo uno spazio vuoto, ma parte integrante del lavoro stesso. È il vuoto a definire le relazioni tra forme, materiali e spettatori, tra spazi espositivi e chi li attraversa. Prende corpo nello spazio e nella percezione, creando un campo dinamico dove le opere respirano e cambiano. Questa è la particolarità della ricerca di Marisa Merz: un’arte che vive nel divenire, dove ogni distanza, ogni apertura, ogni pausa tra gli elementi diventa un’occasione per scoprire e interpretare. Così un’opera dialoga continuamente con chi la guarda, senza chiudersi mai in una sola chiave di lettura. “La danza delle ore” mette in luce tutte le sfumature di un lavoro complesso e coerente, capace di unire materiali, spazi e forme in un linguaggio personale e intimo, ancora oggi vivo e presente nel mondo dell’arte contemporanea.
