A novant’anni, Peter Cook parla di città come se disegnasse un sogno, ma con i piedi ben piantati a terra. A Torino, durante Utopian Hours, il festival che guarda al domani urbano, ha portato i suoi schizzi: non utopie lontane, ma visioni possibili. Per lui, l’architettura non è un gioco di simboli astratti, ma una sfida concreta. Serve confrontarsi con ciò che si può davvero costruire, con problemi reali, senza perdersi in voli pindarici. Solo chi ha esplorato i confini tra fantasia e realtà può accettare questo compito.
The Line: l’idea di una città lineare tra sogni e ostacoli concreti
Tra le sfide più grandi a cui Cook ha lavorato c’è “The Line”, una città lineare lunga 170 chilometri nel deserto saudita, parte del progetto Neom. Un esperimento urbanistico che ha attirato architetti da tutto il mondo e che promette di rivoluzionare il modo di abitare. Ma non è tutto rose e fiori: le difficoltà sono state molte. Cook si è occupato di una zona residenziale, cercando di distribuire gli spazi abitativi lungo due fronti, mantenendo però una forma molto stretta e sviluppata in altezza.
La vera sfida era far convivere questi edifici con il deserto, rispettando regole tecniche e paesaggistiche molto rigide. Dovevano essere leggeri ma alti, stretti ma funzionali, con un’altezza che però non poteva superare certi limiti. Cook la racconta così, con una metafora semplice: “come un cappello che non puoi sollevare troppo dalla testa senza perderne la funzione, così un edificio non può oltrepassare certi confini senza diventare inutile.” “The Line” è allora un perfetto esempio del confine tra innovazione e realtà strutturale: anche la più futuristica delle idee deve piegarsi alle leggi della fisica e ai bisogni delle persone. Il progetto è stato mostrato anche a Venezia, una città che con le sue forme quasi irreali fa riflettere su quali limiti siamo disposti a superare quando pensiamo al futuro delle città.
Visioni con i piedi per terra: il confine tra sogno e concretezza secondo Peter Cook
Peter Cook non ha dubbi: è un visionario, come lo erano i suoi compagni di Archigram negli anni Sessanta. Ma la sua idea di visione non è fatta di sogni irrealizzabili o di utopie vuote. Al contrario, sostiene che le idee devono avere un ancoraggio nella realtà, devono lavorare con i limiti che abbiamo davanti, non ignorarli. L’utopia, avverte, rischia di diventare una scusa per evitare di affrontare i problemi concreti, mentre una buona visione architettonica deve spingere i confini senza perdersi in illusioni.
Nel suo pensiero, le architetture “possibili o quasi possibili” sono quelle che trovano un equilibrio tra innovazione e fattibilità. Un esempio chiaro viene da Plug-In City, il progetto di Archigram del 1964 con le sue unità abitative modulari e intercambiabili. Dietro l’apparenza futuristica, Plug-In City rispondeva a domande molto pratiche: “perché gli edifici devono durare più a lungo delle esigenze di chi li abita?” Questo progetto, come tanti altri del collettivo, voleva rompere con la rigidità della città moderna e offrire soluzioni più flessibili per abitare. Il futuro, insomma, serviva a pensare meglio il presente.
Il gioco come chiave: padiglioni e disegni nel lavoro di Peter Cook
Durante la masterclass al festival torinese, Cook ha diviso la sua esperienza in quattro temi chiave: paesaggio, città, interni e padiglioni. Proprio i padiglioni sono per lui uno spazio di libertà creativa, dove il gioco diventa fondamentale. Sono luoghi in cui sperimentare, provare idee nuove senza la pressione di doverle subito trasformare in modelli perfetti da replicare.
Anche a novant’anni, Cook punta sul disegno come strumento privilegiato per esplorare territori che l’architettura tradizionale fatica a raggiungere. Con la matita può unire elementi che nella realtà stanno distanti, alterare le proporzioni, inventare geografie e anticipare le conseguenze di un’intuizione. Il disegno conserva una libertà che il rendering digitale spesso sacrifica: può mostrare ciò che ancora non c’è, senza fingere che sia già realtà.
Nei suoi schizzi convivono forme belle e inquietanti, spesso mescolate in modo inaspettato. Città attraversate da architetture monumentali, edifici che sembrano organismi viventi, case incastonate nei pendii, paesaggi dove natura e costruzioni si contendono lo spazio. Un modo di lavorare che tiene viva la linea sottile tra immaginazione e costruzione, senza scivolare nelle utopie irrealizzabili. Peter Cook resta fedele a un’idea di architettura come gioco e sperimentazione, dove la fantasia incontra le esigenze concrete.
