Il 21 gennaio 2027, Sharjah si prepara a trasformarsi ancora una volta in un crocevia di arte e pensiero. La Biennale, giunta alla sua diciassettesima edizione, accoglierà 109 artisti provenienti da quattro continenti, pronti a dialogare con il tempo. What Remains Sits Restive è il titolo scelto, un invito a riflettere su come il passato — talvolta frammentario, altre volte idealizzato — continui a plasmare il presente, con tutte le sue contraddizioni e speranze di cambiamento. Le curatrici Angela Harutyunyan e Paula Nascimento hanno intrecciato visioni diverse, creando una doppia mostra che si rispecchia e si sfida, offrendo molteplici modi per leggere la storia e il suo peso sul mondo contemporaneo.
Paula Nascimento racconta che il concept della Biennale è nato da molte conversazioni con gli artisti e da un’attenta analisi di come le infrastrutture, tanto fisiche quanto simboliche, plasmino il lavoro creativo. Non si tratta solo di edifici o spazi urbani, ma di sistemi complessi che coinvolgono pratiche sociali, ecosistemi e persino rapporti tra specie diverse. Le storie di violenza e conflitto, invece di ripetersi uguali a se stesse, si accumulano come strati vivi nel presente, dando vita a nuove tensioni e relazioni. In questo contesto, l’arte diventa uno strumento per esplorare questi intrecci, per abitare territori inediti e ampliare l’idea di comunità e possibilità di azione.
La visione curatoriale amplia così la nozione di spazio: non si tratta solo di rappresentare, ma di creare luoghi di scambio e dialogo, dove storie e geografie diverse si incontrano. La Biennale si trasforma in un processo aperto e collaborativo, una danza continua tra sensibilità e prospettive differenti, con le curatrici che si muovono tra convergenze e divergenze, mantenendo sempre un equilibrio dinamico.
La scelta dei 109 artisti è frutto di un percorso complesso che privilegia pratiche interdisciplinari e riflessioni sulle infrastrutture, evitando però approcci troppo didattici o unilaterali. Paula Nascimento ha lavorato su due fronti: da un lato ha rafforzato collaborazioni già avviate, dall’altro ha aperto lo sguardo a nuove voci, in particolare dall’Africa lusofona e dalle sue diaspore, territori con cui ha un legame forte.
Non si tratta di una selezione legata a confini geografici rigidi, ma piuttosto di una rete di relazioni che attraversa diverse parti del Sud del mondo e oltre. Il gruppo include artisti “storici” e contemporanei, con opere create appositamente per la mostra. L’obiettivo è costruire un grande mosaico che sia al tempo stesso un archivio ricco di memorie collettive e uno spazio fertile per nuovi dialoghi e prospettive.
Angela Harutyunyan mette in luce il ruolo chiave delle donne all’interno della Sharjah Art Foundation, definendo il team “straordinario” e altamente professionale. L’istituzione punta molto sull’autonomia e sull’iniziativa personale, offrendo un ambiente dove si combinano sensibilità legate al contesto locale e attenzione alle dinamiche globali. Questo equilibrio permette di mediare con efficacia tra i valori della comunità emiratina e le aspettative di un pubblico internazionale.
Harutyunyan porta in dote un metodo curatoriale che affonda le radici nella ricerca accademica. Per lei, la Biennale è un’occasione per coniugare rigore teorico e attenzione al materiale artistico, seguendo «la guida» dell’opera nelle sue molteplici connessioni con storia, produzione e contesto culturale. Il suo scopo è costruire una narrazione coerente senza semplificare la complessità di ogni lavoro, aprendo al contempo la mostra alle comunità locali attraverso programmi specifici di formazione.
Le curatrici vedono la Biennale come un archivio vivo, destinato a lasciare segni che vanno oltre le intenzioni degli autori, e che nel tempo continueranno ad alimentare ricerche e riflessioni. Angela Harutyunyan spera che questa edizione diventi una testimonianza storica del presente, accessibile in futuro a studenti, ricercatori e visitatori. Paula Nascimento punta invece a far emergere artisti meno noti sulla scena internazionale, stimolando dialoghi e scambi soprattutto con l’Africa sud-occidentale e le istituzioni culturali legate a quella regione.
L’evento vuole consolidare il ruolo della Biennale come piattaforma di confronto tra locale e globale, un luogo dove sensibilità diverse si incontrano, si sfidano e si contaminano.
Angela Harutyunyan sottolinea gli sforzi delle istituzioni di Sharjah nel preservare un patrimonio culturale che va oltre le tradizioni ufficiali, abbracciando anche la cultura popolare delle diverse comunità presenti nell’emirato. Questa attenzione alla complessità locale si accompagna a una gestione attenta dei delicati equilibri geopolitici della regione, condotta con lucidità in un’area segnata da tensioni.
Paula Nascimento descrive Sharjah come un luogo dal ritmo tranquillo, con un’atmosfera pacata rara in quella parte del mondo. Il mare, elemento costante, contribuisce a creare un ambiente accogliente e senza pretese, un’oasi nel deserto che fa da sfondo ideale a un evento che vuole ricucire memorie e guardare al presente con occhi nuovi, in uno spazio che invita al dialogo e alla riflessione profonda.
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