Il 23 maggio 2026 Marisa Merz avrebbe spento cento candeline. A Torino, la sua città natale, si accende l’attesa per celebrare una delle figure più emblematiche dell’Arte Povera al femminile. Nata nel 1926 e scomparsa nel 2019, Merz ha tracciato un percorso che sfugge alle etichette: scultura, pittura, installazioni e disegni, realizzati con materiali semplici ma carichi di una sensibilità unica. Dal 29 ottobre 2026 al 4 aprile 2027, Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM uniranno le forze per ospitare “Marisa Merz – La danza delle ore”, una mostra che ripercorrerà il suo viaggio artistico, il dialogo con lo spazio domestico e un’idea di arte che si spinge oltre il visibile.
Nel panorama dell’Arte Povera, Marisa Merz resta l’unica donna riconosciuta in un gruppo dominato da nomi come Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis e Luciano Fabro. “Arte Povera” è un termine coniato nel 1967 a Torino dal critico Germano Celant per descrivere artisti che usavano materiali poveri e volevano rompere con le regole tradizionali dell’arte. Ma Merz non si è mai limitata a fare da “presenza femminile”. Il suo percorso è stato sempre autonomo, con un lavoro intimo che trasforma l’ordinario e il domestico in protagonisti assoluti. Mentre gli altri ridefinivano la scultura e lo spazio espositivo con concetti astratti, lei ha piegato l’arte alla vita di tutti i giorni, mescolando creatività e realtà in una poetica che parla a tutti, senza perdere la sua intimità.
Il 1966 segna una svolta per Merz, quando comincia a usare sottili lamine di alluminio nelle sue opere. Questo materiale leggero dà vita a sculture “vive”, in movimento, che interagiscono con lo spazio circostante. Addio alla forma chiusa e statica: la materia si apre, cambia, coinvolge chi guarda. Tra le opere di questo periodo spicca “Living Sculpture”, oggi nella collezione della GAM di Torino e che sarà esposta dopo un importante restauro nella grande retrospettiva del 2026-27. Negli anni a venire, Merz sperimenta anche con rame, lana, nylon e cera: materiali malleabili che diventano intrecci, superfici delicate dove la manualità e il gesto ripetuto sono al centro del lavoro. La fragilità non toglie forza all’espressione, anzi la esalta, facendo della materia un mezzo vivo, sempre in trasformazione.
Per Merz, il confine tra arte e quotidianità spesso svanisce. La casa e gli oggetti di tutti i giorni entrano nelle sue opere mantenendo la loro intimità, senza trasformarsi in strutture monumentali o rigide. Nel 1968, alla mostra “Arte povera + Azioni povere” ad Amalfi, presenta sculture leggere fatte con oggetti legati all’infanzia di sua figlia Beatrice, usando fili di nylon e rame per creare coperte arrotolate e scarpette. Negli anni Settanta questa relazione con lo spazio domestico si fa più complessa: le sue installazioni mescolano vecchi oggetti e nuovi elementi, creando ambienti in cui pubblico e privato si confondono. Nell’opera “Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti” del 1975, la casa non è solo luogo di vita, ma anche di lavoro artistico, con ritmi e gesti che sfuggono al tempo del lavoro tradizionale, privilegiando un’esperienza esistenziale come terreno creativo.
L’opera di Marisa Merz è un mosaico di materiali e tecniche che non seguono una linea retta né schemi fissi. Scultura, pittura, disegno e installazione si intrecciano in un processo creativo fluido. Le forme si trasformano, si aprono a nuove combinazioni, mettendo in discussione l’idea di opera finita e immutabile. Anche la scelta di materiali fragili o effimeri fa parte di questa danza di cambiamenti, sottolineando una strategia che mette in primo piano la metamorfosi continua della forma nel rapporto con lo spazio e il tempo. Questa varietà rende impossibile etichettare Merz in un solo ruolo, mettendo invece in luce la ricchezza di un universo artistico sempre aperto alla sperimentazione.
Marisa Merz ha portato la sua arte sulle scene più importanti a livello internazionale: dalla Documenta dell’82 alle Biennali di Venezia, passando per mostre personali al Museo Madre di Napoli, allo Stedelijk di Amsterdam e a Winterthur in Svizzera. Nel 2013 la Serpentine Gallery di Londra le ha dedicato una grande mostra, lo stesso anno in cui ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera alla 55ª Biennale di Venezia. La retrospettiva torinese del 2026 riprende questa eredità, articolandosi in tre sedi che offrono chiavi di lettura diverse: al Castello di Rivoli si concentrerà sulle installazioni storiche e scenografiche, alla Fondazione Merz sarà messa in luce la scelta dei materiali e delle tecniche, mentre alla GAM si approfondirà il legame con la casa e il lavoro artigianale, valorizzando anche opere restaurate come “Living Sculpture”. Tre luoghi diversi per raccontare un’artista sfaccettata, che ha sempre portato con sé Torino, crocevia essenziale della sua esperienza creativa.
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