L’identità non è un dato fisso, dice Patricio Reig, e il suo lavoro lo conferma senza mezzi termini. La rappresentazione di sé è un flusso incessante, che si trasforma ad ogni gesto, ad ogni immagine, ad ogni performance. Tra ciò che resta privato e ciò che si espone al mondo, Reig si muove con passo deciso, esplorando un territorio delicato e in continuo divenire. La sua arte non ferma il tempo: lo cattura, lo riflette, lo fa vibrare. Un racconto visivo dove l’identità si costruisce e si ricostruisce, tra sguardi e suggestioni, senza mai trovare una forma definitiva.
Per Reig l’arte nasce dalla consapevolezza che non esiste un punto di vista neutro. Ogni rappresentazione porta con sé un filtro personale, un modo soggettivo di vedere il mondo. Il suo lavoro sta proprio in questo dialogo continuo tra ciò che è intimo e ciò che appartiene alla collettività. Il pubblico non è una massa indistinta, ma un insieme di persone con storie e percezioni proprie.
Riproporre significa tradurre un vissuto privato in un’immagine che possa essere condivisa, un gesto che richiede scelta e interpretazione. L’arte diventa così la trasformazione di un’esperienza personale in qualcosa che altri possono leggere e sentire. Reig sposta il focus dalla semplice rappresentazione artistica a una rappresentazione del mondo che filtra ciò che lui riesce a cogliere come osservatore.
Per Reig l’identità nell’arte contemporanea non si può mettere in una scatola o definire con etichette fisse. È piuttosto il risultato di un cammino, il segno lasciato dal cambiamento e dal tempo che passa. La sua identità si costruisce proprio nel fluire del tempo, che trasforma e modifica l’esperienza.
Le “tracce” sono il modo in cui questo percorso diventa visibile, sia agli altri sia a lui stesso. Non si tratta di una rivendicazione immediata, ma di un lavoro di osservazione e interpretazione di ciò che rimane dietro. Solo così si può capire il valore di un’identità culturale e artistica che è in continuo divenire.
Nel discorso sull’importanza dell’apparenza sociale, Reig mette in guardia sul fatto che l’apparenza è per sua natura fugace e mutevole. Spesso è solo una superficie che inganna, rischiando di nascondere un’identità più profonda. È invece l’immagine, intesa come una bandiera carica di significati, quella che assume un peso reale.
L’immagine pubblica non è solo un riflesso casuale, ma un atto volontario di comunicazione. Si costruisce scegliendo cosa mostrare, sapendo che anche questa costruzione può cambiare e venire interpretata in modi diversi nel tempo. Per Reig, l’immagine è uno strumento per definire se stessi e per dialogare con la società, sempre con la consapevolezza che è qualcosa di provvisorio.
Riflettendo sull’uso di modelli già esistenti in arte, Reig distingue due atteggiamenti: il plagio, che nasconde una mancanza di originalità e blocca una vera rappresentazione personale, e il ready-made, che può invece essere un gesto creativo capace di dare nuova vita a cose già esistenti, portandole in contesti diversi e creando nuove forme di bellezza.
Per l’artista, il valore sta nella consapevolezza e nella responsabilità di ciò che si prende e si trasforma. Non si tratta di copiare passivamente o nascondersi dietro modelli già noti, ma di assumersi un ruolo chiaro e attivo nel dare nuovo senso e significato attraverso la propria visione.
Reig rifiuta l’idea che l’identità dell’artista sia un costume da indossare a piacimento. Per lui essere artista significa vivere questa condizione sempre, con la stessa intensità in ogni momento. Non si preoccupa di attirare l’attenzione, ma si concentra sull’osservare la vita e trasformarla in immagini.
Questo processo richiede una riflessione continua e un’apertura verso chi si avvicina al suo lavoro. L’artista si definisce attraverso il suo rapporto con il mondo, usando uno sguardo attento e una narrazione visiva che invita a condividere esperienze e interpretazioni.
Quando immagina un’identità culturale diversa da quella attuale, Reig sceglie strade insolite. Vorrebbe essere il presidente di un’associazione dedicata alla “Bellezza senza Ragione”, promuovendo una filosofia basata sulla lentezza e sull’attenzione al fragile. Una visione che mette al centro un modo di essere che avanza senza travolgere, unendo bellezza, generosità e apertura verso gli altri.
Questa idea rivela una sensibilità che mette al primo posto l’umanità, andando oltre le apparenze. Punta su una cultura dell’accoglienza e del rispetto reciproco, valori che attraversano la sua arte e la sua visione del mondo.
Patricio Reig ha avvicinato l’arte e la fotografia seguendo un percorso sperimentale, che guarda alle tecniche storiche e ai cambiamenti del mezzo fotografico. Fin dall’inizio ha costruito un lavoro contemporaneo che riconosce il passato come chiave per capire il presente.
Ama usare strumenti e metodi antichi, come il collodio umido e la fotografia stenopeica, trovando in queste tecniche semplici un terreno fertile per risultati poetici e complessi. Gli “incidenti” che si verificano durante il processo sono accolti come parte integrante e significativa dell’opera.
Il suo lavoro si sviluppa in serie tematiche. Ogni ciclo racconta una storia diversa, esplorando varie forme di espressione. Reig vede l’arte come un’analisi e una sintesi, ma anche come una forza e una consapevolezza che mantiene vive nelle sue ricerche.
La memoria è centrale nel suo lavoro, così come la riflessione sulla transitorietà della vita. La quotidianità diventa un soggetto privilegiato, documentato con cura e rielaborato sia in camera oscura che nell’archivio digitale. La fotografia gli permette di mettere a confronto il mondo esterno e quello interiore, in un dialogo costante e vivo.
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