Negli anni Settanta, John Berger smascherava un meccanismo invisibile ma potente: gli uomini guardano, le donne sono guardate. Quel gioco di sguardi, così radicato da modellare arte e media, ha segnato per decenni la nostra percezione. Poco dopo, Laura Mulvey ha dato un nome a quel filtro dominante, definendolo “male gaze”, lo sguardo maschile ed eteronormativo che ha plasmato la rappresentazione femminile. Poi arriva Marialba Russo, che con la sua macchina fotografica ribalta tutto: cattura una mascolinità nascosta, fragile, in mutamento. Oggi, al MACRO di Roma, la mostra “Sguardo rovescio” approfondisce questa sfida agli stereotipi, raccontando riti collettivi, travestimenti e momenti di liberazione. Un invito a mettere in discussione ruoli sociali che sembravano scolpiti nella pietra.
In questa stagione al MACRO, risplende il lavoro di Marialba Russo, una delle voci più importanti della fotografia italiana degli anni Settanta. La sua sfida è chiara: smontare l’immagine tradizionale della mascolinità, scegliendo come scena feste, riti e momenti condivisi. Qui, uomini impegnati in balli, travestimenti e cerimonie popolari si mostrano in modi che la società non si aspetta. Un esempio emblematico è “Al ristorante, il 29 settembre 1974”, che racconta un ballo clandestino tra due giovani al Santuario della Madonna di Monteverde. Lì, in quel fugace istante, si coglie una tensione e una libertà rubate agli sguardi normativi. Nei progetti successivi, come “Travestimento” e “Il Parto”, la trasformazione diventa più evidente, con uomini vestiti da donne durante il carnevale, rovesciando ruoli e apparenze.
Ma Russo non si ferma al gioco. Si spinge nel sacro con “Il Passaggio – l’incantata” e “L’espulsione del male”, dove antichi rituali di guarigione e iniziazione mostrano il corpo come veicolo di paure, speranze e trasformazioni collettive. Attraverso queste immagini, ciò che è privato o nascosto emerge con forza quasi antropologica, rivelando un lato mistico e profondamente umano della società. È questo continuo oscillare tra visibile e invisibile, sociale e personale, che segna tutta la carriera di Russo e ci costringe a riflettere su come guardiamo e costruiamo la mascolinità.
Tra le opere esposte al MACRO, due progetti catturano l’attenzione per la loro originalità: “Le centotrenta figure di spalle” e “Cult Fiction” . Qui i soggetti non si mostrano mai di fronte, ma di schiena, rompendo il tradizionale rapporto con chi guarda. Questo espediente sembra voler dissolvere la soggettività per restituire un ritratto collettivo della mascolinità. Ma, paradossalmente, mette in luce proprio le zone d’ombra del desiderio maschile, un territorio poco esplorato o spesso raccontato con cliché.
Tra la serialità e la presunta neutralità della macchina fotografica, queste immagini svelano la finzione dietro a quell’apparente oggettività. La fotografia, più che fissare oggetti, mette in scena un confronto tra chi osserva e chi è osservato. È un ribaltamento che fa della fotografia uno strumento potente per rivelare l’invisibile e mettere in discussione le vecchie regole eteronormative e di genere che ancora pesano sulla cultura visiva.
Dal lavoro di Marialba Russo il percorso al MACRO si sposta verso nuove opere che riprendono e trasformano quel materiale. Fino all’8 novembre, nella Sala Video e Audio, due lavori dialogano tra loro: “Maria’s Dream” di Gaia De Megni e “52 Spaces” di Robin Rimbaud, in arte Scanner. Entrambi evocano Monica Vitti, icona del cinema italiano e figura chiave nella riflessione sul ruolo della donna e la sua rappresentazione.
“Maria’s Dream” attraversa la storia malinconica e ossessiva di Vitti, partendo dalla sua tomba al Verano, per intrecciare un racconto intimo tra madre e figlia che si apre a riflessioni più ampie sull’immagine femminile, mescolando memoria e ruolo sociale. Dall’altra parte, “52 Spaces” riduce tutto a pura esperienza sonora, indagando “L’eclisse” di Antonioni. Qui il corpo scompare, restano suoni, voci e atmosfere che trasformano Roma in un paesaggio interiore, dove cinema e città si fondono in un unico flusso emotivo.
Questi lavori mostrano come lo sguardo, anche quando svanisce, continua a interrogare il modo in cui rappresentiamo corpi, identità e storie. Con questa stagione, il MACRO mette al centro una domanda rimasta aperta per più di cinquant’anni: chi guarda e chi è guardato? E come, anche partendo da immagini di ieri, si può riscrivere la percezione del genere e del desiderio nelle nostre società.
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