Beirut, con le sue strade segnate dalla storia e dal dolore recente, accoglie una mostra che rompe il silenzio. Nel cuore del Museo Nazionale, un pino mediterraneo diventa il filo invisibile che unisce due mondi: l’Italia e il Libano. Non è solo un albero, ma un simbolo di radici profonde, di memoria condivisa e di un dialogo necessario, in una città che ha conosciuto troppe divisioni. Qui, arte e storia si intrecciano, offrendo uno sguardo nuovo sul Mediterraneo e su chi lo abita.
Echoes of Existence: una mostra in scena a Beirut nel 2024
Echoes of Existence ha aperto i battenti al Nuhad Es-Said Pavilion for Culture, dentro il Museo Nazionale di Beirut. Promossa dall’Ambasciata d’Italia in Libano e curata da Muriel Asmar, questa iniziativa prende vita in un contesto segnato da guerre e instabilità. La mostra rimarrà aperta fino al 21 ottobre 2026, diventando così un appuntamento culturale di lungo respiro in un territorio segnato da fratture sociali e politiche.
Dietro l’evento c’è il sostegno del Ministero della Cultura libanese e un obiettivo che va oltre la semplice celebrazione artistica. Qui l’arte diventa strumento per costruire ponti, rinsaldare legami internazionali e mantenere vivi spazi culturali messi a dura prova dal conflitto. Mai come ora è importante sostenere la ricerca artistica e aprirsi ad altre realtà, per ricordare che la cultura può resistere anche nei momenti più difficili. Muriel Asmar sottolinea come il progetto punti a creare connessioni tra culture e territori diversi, proprio quando la guerra sembra volerli dividere.
Il pino: simbolo di memoria e paesaggio mediterraneo
Al centro della mostra c’è il pino, un albero che cresce sia in Italia che in Libano, capace di raccontare storie e significati profondi. Questo elemento naturale diventa un simbolo di resistenza e continuità, un filo che attraversa il tempo e unisce culture che guardano al Mediterraneo.
La parte principale della rassegna è animata da due artisti contemporanei: Enzo Cucchi e Gilbert Halaby. Cucchi, uno dei volti più noti della Transavanguardia italiana, non ritrae il paesaggio in modo realistico, ma lo interpreta come uno spazio mentale pieno di simboli e archetipi. Le sue opere sono un intreccio di segni e figure che trasformano il pino in un segno ricco di significati profondi, sia intellettuali che emotivi. Halaby, libanese con radici italiane e residente a Roma da oltre vent’anni, traduce la natura in un linguaggio legato alla memoria e all’esperienza dei luoghi che ha vissuto.
Ma la mostra non si ferma qui. Accanto a loro ci sono grandi maestri della modernità libanese come Omar Onsi, Moustafa Farroukh, César Gemayel e Aref El Rayess. Questa sezione, curata dal critico Saleh Barakat, esplora come il pino ricorra nella storia visiva del Libano, mostrando come l’albero sia diventato parte integrante dell’identità culturale e del paesaggio nazionale. Il pino diventa così la voce che racconta radici e trasformazioni del Paese.
Tre piani di emozioni e significati nel Museo Nazionale
La mostra si sviluppa su tre livelli del Nuhad Es-Said Pavilion for Culture, offrendo esperienze diverse ma collegate tra loro.
Al piano superiore domina l’installazione di Cucchi, una grande opera a parete fatta di schizzi, disegni e frammenti sparsi come pagine di un manoscritto illustrato, accompagnata da due sculture che definiscono lo spazio. Di fronte spicca “Sannine“, il dipinto monumentale di Halaby realizzato a Roma, che mette al centro l’albero e il suo rapporto con il cielo e la terra. Sul pavimento, un tondo di tre metri di diametro proietta il motivo del pino, coinvolgendo chi guarda e creando un legame diretto tra paesaggio e presenza.
Al piano inferiore il pino si moltiplica fino a diventare una vera e propria foresta attraverso i dipinti di Halaby. I segni di Cucchi si fanno più essenziali, quasi rapidi contorni dell’albero. Qui le opere contemporanee dialogano con quelle dei maestri libanesi, raccontando con naturalezza epoche diverse. Il pino si carica di simboli che vanno dalla memoria personale alla tradizione collettiva, incarnando la lunga storia del paesaggio mediterraneo e della sua rappresentazione.
Quando arte e natura si incontrano: la sfida ecologica
L’ultimo piano ospita un progetto dal forte impatto ambientale. In collaborazione con i Carabinieri per la Tutela della Biodiversità e delle Foreste, la mostra presenta dieci sculture in legno, ognuna realizzata con un’essenza arborea italiana diversa. Così l’attenzione passa dall’immagine al materiale concreto.
Questa scelta rafforza il messaggio della mostra: l’arte non è solo simbolo, ma richiama una realtà da proteggere. Il paesaggio evocato, ricco di memorie culturali, è anche un ecosistema fragile. Le foreste mediterranee affrontano sfide ambientali che superano i confini nazionali, tra cambiamenti climatici e pressioni umane. Ricordare l’importanza della biodiversità è un atto di responsabilità, ma anche un modo per allargare il dialogo culturale a una questione urgente e globale.
Cultura e memoria in primo piano, nonostante la guerra
Il Nuhad Es-Said Pavilion for Culture, simbolo del patrimonio culturale libanese, ospita una mostra che continua una tradizione di scambi e incontri nel Mediterraneo. Qui l’arte diventa custode della memoria e del senso di appartenenza, anche in tempi segnati da conflitti e divisioni.
Il Comitato del padiglione sottolinea come la rassegna sollevi domande importanti sulla possibilità di superare le barriere tra identità separate. In un mondo fragile, sul piano ecologico e sociale, la cultura emerge come strumento di cura e continuità.
Echoes of Existence si basa su un simbolo che va oltre i confini politici: un albero comune, semplice e potente, capace di radicare e unire. La mostra è accompagnata da tre pubblicazioni dedicate agli artisti protagonisti, che aiutano a comprendere le diverse storie e percorsi dietro il progetto. Questi volumi, curati da Marie Tomb, sono un tassello fondamentale per cogliere le tante sfumature che la mostra vuole raccontare.
