Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, la mostra CONTINENTE ARTE ha acceso una discussione che non si placa: come si racconta davvero l’arte africana contemporanea? Non è solo una questione di esporre quadri o sculture. Dietro quelle opere c’è un universo di storie, culture e riflessioni spesso ignorate. Troppe volte, gli artisti africani vengono visti come meri oggetti esotici, privati della complessità che il loro lavoro porta con sé. Il 10 settembre, mentre si ammirava la mostra di Adji Dieye, Luc Ndikubwimana ha portato in scena la performance RE-VEIL. Due modi diversi di raccontare, ma con un intento comune: abbattere stereotipi e offrire una visione fresca, autentica e sfaccettata dell’arte africana contemporanea.
Adji Dieye tra televendite e sculture: ironia sul mercato dell’arte
La mostra di Adji Dieye, ospitata a Torino alla Fondazione Sandretto, si distingue per un approccio fresco e critico. Curata da Ilaria Bernardi e realizzata insieme all’Associazione Genesi di Letizia Moratti, l’esposizione mette in scena due video e una serie di sculture metalliche. Nei video, Valeria Bruni Tedeschi e Alessandro Orlando vestono i panni dei venditori televisivi classici, in due clip di mezz’ora ciascuna. Queste televendite sono una parodia che svela i meccanismi nascosti dietro la commercializzazione dell’arte, senza mai perdere leggerezza e ironia. Ed è proprio quest’ultima la vera forza della mostra, un elemento raro in un campo spesso troppo serio.
Le sculture di Dieye si ispirano al mercato Sandaga di Dakar, luogo simbolo della città senegalese, famoso per la sua energia e vivacità. Il risultato è un’installazione che non solo evoca un posto reale, ma richiama anche le tensioni sociali, economiche e culturali legate al mercato e alla circolazione dell’arte africana. Dieye costruisce così una critica intelligente e indiretta: il mercato dell’arte, con le sue regole, spesso finisce per riprodurre stereotipi e limitare la comprensione della produzione artistica africana. La mostra è aperta fino all’11 ottobre 2024, offrendo tempo per riflettere su questo tema.
Luc Ndikubwimana e RE-VEIL: suoni e immagini per raccontare l’afrodiscendenza
La performance RE-VEIL: the sound of images di Luc Ndikubwimana si è inserita nel programma grazie alla Agitu Ideo Gudeta Fellowship, promossa da Centrale Fies in collaborazione con la Fondazione Sandretto e Palazzo Grassi Punta della Dogana. Un progetto che mescola videoarte e sound art, intrecciando radici musicali afrodiscendenti con linguaggi contemporanei. Ndikubwimana traccia un percorso attraverso la storia e l’evoluzione della cultura afro nelle arti performative e sonore, spaziando da blues e jazz a hip hop e musica pop d’avanguardia. Il risultato è un’esperienza immersiva che parla al corpo e alla memoria collettiva.
L’artista racconta questa esperienza come un’immersione emotiva profonda, dove il contatto con la memoria afrodiscendente si carica di emozione e responsabilità. Tra le prove ha vissuto momenti di forte commozione, mentre sul palco sente la responsabilità di trasmettere quella memoria con forza e sicurezza. RE-VEIL sarà riproposta il 7 ottobre 2024 a Venezia, a Palazzo Grassi-Punta della Dogana, dove Ndikubwimana lavorerà per inserire nella performance una componente di movimento più evidente. L’artista continua a cercare modi nuovi per tradurre suono, gesto e immagine in un racconto sempre più completo e in divenire.
Una nuova narrazione per l’arte africana
La mostra di Dieye e la performance di Ndikubwimana si inseriscono in un dibattito più ampio sull’arte africana nel mercato globale e nelle grandi istituzioni culturali. Nonostante l’intento dichiarato di inclusione e apertura, il sistema artistico spesso mantiene rappresentazioni stereotipate e riduttive, relegando gli artisti africani a ruoli marginali. L’opera di questi due giovani creativi sfida questo modello con intelligenza e spirito critico, offrendo un’alternativa che parte dalla decostruzione degli stereotipi europei e si apre a narrazioni autentiche e molteplici.
La scelta di Dieye di usare l’ironia e la teatralità delle televendite mette a fuoco il tema del valore e della mercificazione dell’arte con uno sguardo pungente ma mai amaro. Nel frattempo, la performance di Ndikubwimana apre nuovi spazi di riflessione sulle radici afrodiscendenti, esplorando l’incontro tra musica, gestualità e immagini in un racconto che attraversa passato e presente. Insieme, queste due esperienze danno voce a un’immagine più ricca e complessa dell’arte africana, superando semplificazioni e entrando davvero in un dialogo globale, consapevole e culturalmente vivo.
