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NITA a Venezia: il nuovo spazio indipendente inaugura con una mostra innovativa sui denti

Redazione 3 Agosto 2026

A Venezia, in piena laguna, è nato un nuovo spazio che rompe gli schemi. Nita ha aperto le sue porte a luglio 2026, ma non è una galleria come le altre. Qui non si parla di vendite e logiche di mercato, ma di arte che indaga il sociale e il politico, senza compromessi. Un luogo dove gli artisti emergenti possono sperimentare liberamente, in un contesto di dialogo e collaborazione. In una città già affollata di istituzioni, Nita vuole farsi spazio con un curatela che guarda dritto alle urgenze del nostro tempo.

Nita nasce a Venezia, sfida culturale nel cuore della città

Nita ha aperto i battenti nei primi giorni di luglio 2026, in un locale modesto affacciato su una calle che porta a via Giuseppe Garibaldi, nel centro storico di Venezia. Il nome non è casuale: è un omaggio ad Anita Garibaldi, figura storica spesso dimenticata, simbolo di determinazione e di riscrittura della storia. Una scelta che racconta subito la volontà del progetto: recuperare storie dimenticate e offrire nuove narrazioni attraverso l’arte.

Il collettivo fondatore è formato da quattro giovani donne: Vittoria Colagiovanni, Costanza De Maria, Yasmine El Hafidi e Livia Zavatarelli. Arrivate da percorsi diversi, condividono il desiderio di costruire uno spazio fisico e culturale dove far prendere forma concreta alle loro ricerche comuni. Il progetto di Nita si sviluppa attorno a una linea curatoriale e editoriale che mette a fuoco temi sociali e politici con spirito critico e riflessivo.

Aprire uno spazio indipendente a Venezia, città con un panorama artistico denso e competitivo, è una scelta coraggiosa e strategica. Nita punta a distinguersi non solo per la programmazione, ma anche per l’uso innovativo degli spazi: ex ambienti non destinati alle mostre diventano parte integrante dell’esperienza, abbattendo barriere tra opere, pubblico e architettura. L’associazione culturale no-profit vittoriiiə, nata nel 2024 da Vittoria Colagiovanni e Giovanni Vittorio Binotto, ha sostenuto il progetto fin dall’inizio, mettendo in piedi la rete su cui Nita si regge per farsi spazio.

aaAAh: la mostra che indaga il simbolismo dei denti

La prima mostra di Nita, aaAAh, si è svolta dal 17 luglio al 16 settembre 2026. Curata da Vittoria Colagiovanni e Yasmine El Hafidi, nate dalla collaborazione alla School for Curatorial Studies di Venezia, questa collettiva si è distinta per un tema insolito e denso: i denti come simbolo culturale e sociale. L’idea parte dal processo di dentizione, esperienza universale ma carica di significati che vanno ben oltre l’aspetto biologico.

Il tema ha attraversato riflessioni sul ciclo della vita, trasformazioni, perdita e metamorfosi. Le opere hanno acceso il dibattito sui denti come metafora di privilegio, apparenza, salute, linguaggio, consumo e potere. Gli artisti coinvolti hanno affrontato il tema in modo personale e critico: Anniina Stodolsky e Sebastiano Zafonte si sono concentrati sulle favole dell’infanzia; Alessandro Frau ha indagato il sorriso e lo status sociale attraverso i social media; Sofia Botter ha esplorato la perdita; Anouk Noée ha usato la bocca come simbolo di “penetrazione”; Fanfan Zhou ha parlato della digestione come trasformazione; Luca Benigni si è focalizzato su linguaggio e menzogna; Davide Paolini ha messo in luce le questioni legate alla salute orale.

Il titolo “aaAAh” richiama un suono primordiale, onomatopeico, che precede la parola, superando le barriere linguistiche e invitando a una riflessione immediata e universale. Il tema ha permesso di costruire una narrazione polifonica, con opere in dialogo diretto con il testo curatoriale e il pubblico, proponendo domande sempre attuali e intime.

Spazio e dialogo: come la mostra coinvolge chi guarda

La costruzione della mostra è passata da una selezione attenta di pratiche artistiche capaci di declinare in modo originale e multiprospettico il tema scelto. La scelta degli artisti ha puntato a creare un sistema di relazioni tra le opere che superasse la classica esposizione, integrandole con l’ambiente fisico dello spazio.

Nita occupa infatti un luogo non pensato per mostre, e proprio questa sua configurazione diventa parte della narrazione. Scale, pianerottoli e zone di passaggio sono stati coinvolti per trasformare il visitatore in un partecipante attivo. L’allestimento favorisce un dialogo dinamico, in cui la disposizione delle opere guida l’esperienza visiva e sensoriale, valorizzando lo spazio come strumento curatoriale.

Il sorriso emerge come un potente indicatore sociale. In tempi in cui avere denti perfetti è segno di privilegio economico e status, il volto e il sorriso si caricano di significati che vanno oltre l’estetica. La mostra usa questo simbolo per interrogarsi sul valore delle apparenze e sulle disuguaglianze, aprendo riflessioni ampie ma senza perdere di vista la dimensione personale.

Sebastiano Zafonte e la fine dell’immaginario infantile

Tra le opere più forti della collettiva c’è quella di Sebastiano Zafonte, che ha messo al centro della sua ricerca una rappresentazione intensa e carica di evocazioni. Il suo lavoro chiude idealmente il percorso espositivo, richiamando il simbolo del topolino dei denti, figura alternativa alla classica fatina delle favole sulla perdita dei denti da latte.

L’installazione site specific “Another Day in Paradise” mostra un topo annegato in un liquido stagnante dentro un lavabo domestico, accostato a uno spazzolino usato e a una diapositiva di un dente. Il topo, fatto con capelli umani, diventa un simbolo potente: ribalta il mito fiabesco e porta il racconto infantile in un contesto concreto e inquietante. L’opera suggerisce la fine di un immaginario condiviso, mettendo in discussione la percezione di intimità e sicurezza dentro la casa.

Il lavoro nasce da un ricordo personale di topi morti trovati in ambienti rurali, qui trasferiti però in un contesto urbano e domestico. Questa trasposizione sposta il racconto e invita a riflettere sulla convivenza mai del tutto pacifica tra uomo e ambiente. Così il topo diventa un “‘inquilino indesiderato”, un elemento di disturbo che incrina l’idea della casa come luogo perfettamente controllato.

Il racconto di Zafonte: rappresentare il quotidiano e l’intimo

Zafonte ha accettato l’invito dopo aver incontrato le curatrici nel suo studio, colpito dalla chiarezza del progetto e dalla voglia di Nita di essere un laboratorio indipendente a Venezia. Per lui, gli spazi indipendenti sono essenziali per sperimentare e confrontarsi, luoghi dove cresce insieme artista, pubblico e curatori.

L’opera nasce da una memoria personale e dalla volontà di portare in mostra un’immagine familiare ma destabilizzante. Il topo che diventa topolino dei denti perde la sua aria fiabesca per assumere uno spessore esistenziale. Inserito nel bagno, spazio intimo e privato, amplifica il senso di straniamento e ambiguità.

Nel dialogo con l’arte contemporanea, Zafonte cita Maurizio Cattelan, ma precisa che non cerca la parodia, bensì una dimensione più personale e quotidiana. L’opera si svela poco a poco, chiede allo spettatore uno sguardo attento e multiplo, che cambia col tempo.

L’artista immagina di sviluppare ulteriormente questa presenza, moltiplicando le apparizioni del topo, insinuando che anche gli ambienti più familiari nascondono tracce e presenze inattese. Un’idea che riprende il tema del ricordo e della memoria, che abitano gli spazi interiori e cambiano la percezione del reale.

Nita a Venezia si presenta così non solo come uno spazio espositivo, ma come un laboratorio di idee e riflessioni forti, capace di mettere in relazione artisti, pubblico e territorio in modo originale e incisivo. Un debutto che promette di lasciare un segno importante nel panorama culturale contemporaneo della città.

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