Il 26 luglio 2026, pochi giorni prima di spegnere 100 candeline, Betye Saar si è spenta nella sua casa di Los Angeles. A darne l’annuncio è stata la sua galleria, Robert Projects, chiudendo così un capitolo lungo oltre sessant’anni nell’arte contemporanea americana. Saar non era una semplice artista: ha forgiato un linguaggio tutto suo attraverso l’assemblage, trasformando oggetti e memorie in potenti testimonianze contro le ingiustizie sociali. Il suo sguardo, chiaro e deciso, ha raccontato l’America da una prospettiva unica, mettendo in luce razzismo, femminismo nero e un profondo legame con le radici afroamericane.
Dagli esordi all’assemblage: la svolta negli anni Sessanta
Betye Irene Brown, nata a Los Angeles nel 1926, ha studiato design all’UCLA, per poi orientarsi verso l’incisione e le arti visive. La svolta arrivò negli anni Sessanta, quando si avvicinò all’assemblage, ispirata dal lavoro di Joseph Cornell. Cominciò a raccogliere oggetti trovati, foto, utensili di uso quotidiano e immagini pubblicitarie, pezzi di quella cultura popolare americana che raccontavano storie complesse. Quei materiali “di scarto” venivano trasformati in opere cariche di significato, capaci di mettere a nudo le contraddizioni e le ingiustizie della società statunitense. Negli anni Settanta, Saar divenne un punto di riferimento nel Black Arts Movement, movimento artistico che si sviluppava parallelamente alla lotta per i diritti civili e al Black Power. In quegli anni mantenne una posizione autonoma rispetto al femminismo tradizionale, spesso criticandone la miopia verso le questioni razziali e sottolineando l’importanza di una prospettiva afroamericana specifica.
“The Liberation of Aunt Jemima”: quando un’immagine cambia senso
Il lavoro più noto di Betye Saar, “The Liberation of Aunt Jemima” del 1972, è diventato un simbolo potente nella storia dell’arte contemporanea. Prendendo la figura pubblicitaria di Aunt Jemima, da sempre rappresentata come una serva sorridente e sottomessa, Saar ne stravolse il significato. Nell’assemblage, la donna impugna un fucile, diventando un’icona di resistenza e liberazione. Questa trasformazione è un colpo diretto agli stereotipi razziali diffusi dalla cultura dominante, un tentativo di riprendersi e ribaltare immagini che avevano alimentato discriminazioni. L’opera nacque in un clima politico carico di tensioni, poco dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr., e segnò uno dei primi esempi di impegno politico espresso attraverso l’arte nell’America della seconda metà del Novecento.
Tra spiritualità e memoria familiare: il lato intimo di Saar
Oltre al suo impegno politico, la ricerca di Saar si è sempre intrecciata con la spiritualità e la memoria personale. Molte sue opere somigliano a reliquiari, scatole votive o altari che raccolgono fotografie, lettere, fiori e oggetti di famiglia. Questi elementi diventano strumenti per scavare nel passato e nelle radici familiari. Saar ha attinto tanto alle tradizioni africane e afroamericane quanto al misticismo, all’astrologia e ai rituali popolari americani. Negli anni Ottanta ha ampliato la sua ricerca con installazioni che mescolavano tecnologie moderne a simboli esoterici e riferimenti al vodou, creando un dialogo tra scienza e spiritualità. Dopo la morte della prozia Hattie, nel 1974, realizzò la “serie nostalgica”, assemblaggi fatti di oggetti e fotografie di famiglia, pensati per riflettere sul tempo, sull’assenza e sulla trasmissione della memoria nel contesto afroamericano.
Un’eredità che vive: l’impatto di Betye Saar sull’arte contemporanea
La carriera di Betye Saar si è estesa per oltre sessant’anni, tra insegnamento e mostre nei musei più importanti del mondo. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e ha influenzato non solo artisti afroamericani, ma tante generazioni di creativi di ogni estrazione. La sua capacità di usare l’assemblage come linguaggio critico ha contribuito a riscrivere molte narrazioni ufficiali, a mettere in discussione stereotipi e sistemi di rappresentazione. Nel 2025 ha fondato il Betye Saar Legacy Group, insieme alla famiglia e a una rete internazionale di curatori, con l’obiettivo di proteggere il suo archivio e promuovere studi approfonditi sulla sua opera. La sua scomparsa lascia un grande vuoto, ma la sua eredità continua a vivere e a parlare con forza nel mondo dell’arte contemporanea.
