Nel cuore di Napoli, un ex lanificio abbandonato si trasforma in un palcoscenico dove passato e presente si intrecciano. Alla Galleria Solito, fino al 12 settembre 2026, Song for Dark Times di Claire Fontaine non è una semplice mostra: è un viaggio che parte dal cortile e si addentra tra le mura antiche di Santa Caterina a Formiello. Qui, le ombre e le crepe raccontano storie mai sopite, mentre il collettivo franco-italiano, nato a Parigi e ora a Palermo, plasma un linguaggio capace di mescolare estetica, impegno politico e poesia in un dialogo intenso e urgente.
Un luogo che parla: da Porta Capuana al cuore della mostra
La Galleria Solito sta nel cuore di Napoli, in un edificio dall’architettura irregolare, volutamente lasciato non restaurato per mantenere intatto il segno del tempo. Appena si entra, si capisce che non si tratta di una semplice esposizione, ma di un percorso da attraversare. L’ex Lanificio Sava diventa protagonista insieme alle opere: i suoi spazi giocano con la luce e il vuoto, trasformando la percezione. Nel porticato e nelle stanze interne, le opere di Claire Fontaine dialogano con temi sacri e profani, storia e contemporaneità.
L’installazione On Fire , una fiamma al LED sospesa sotto il porticato, apre il discorso sulla luce come presenza ambigua e simbolica. Il fuoco, da sempre segno di rituali e trasformazioni, qui si fa bagliore incerto, quasi fantasma, che richiama tanto la spiritualità quanto la cultura popolare di oggi. Questo primo impatto prepara chi guarda a entrare in un’opera che non si limita all’estetica, ma sollecita lo sguardo e il pensiero.
Neon e riflessione: la luce che interroga
Il cuore della mostra sta nel neon, usato da Claire Fontaine come un linguaggio che cattura e disorienta, trasformando la luce in un gesto politico e interpretativo. Un esempio è Ibis redibis non morieris in bello , in una stanza tutta nera. Qui un cerchio luminoso scandisce una frase enigmatica, tradotta in inglese e presentata in modo da poter cambiare significato a seconda della lettura.
La sibillina sentenza della Sibilla Cumana diventa così un gioco di senso: “andrai in guerra, tornerai, non morirai” può trasformarsi in “andrai in guerra, non tornerai, morirai” a seconda delle pause. Il visitatore si trova davanti a una sorta di macchina del tempo e del senso, dove nulla è scritto in modo definitivo. Questa incertezza riflette il peso della storia e il rischio che si ripeta.
L’opera evita spettacolarizzare la violenza della guerra, preferendo mostrare il processo inesorabile, quasi meccanico, che lega l’uomo al conflitto e alla morte. In un’epoca in cui i media mostrano guerre a ripetizione, Claire Fontaine sceglie la sottrazione, lascia spazio al silenzio e al dubbio. Qui l’arte non spiega, ma rende visibile ciò che spesso sfugge a uno sguardo superficiale.
Tra lampadine e codici: luce e mistero nel percorso
Proseguendo, si incontra Compensator, un’installazione fatta di lampadine sospese che ripetono il ritmo luminoso di Ibis redibis, ma senza parole. La luce si fa codice visivo, un Morse silenzioso che trasforma il corridoio in un’esperienza immersiva.
Gli spazi stretti e le volte antiche scandiscono il ritmo delle luci, mentre chi cammina si mescola all’opera: ogni passo cambia la percezione del tempo, trasformando il percorso in una sorta di navata sacra, un rito da attraversare. Questo gioco tra spazio, tempo e percezione coinvolge chi visita, costringendolo a partecipare attivamente, non solo a guardare.
Tra visibilità e mistero, trasparenza e oscurità, si dipana il filo rosso del progetto. L’arte di Claire Fontaine diventa uno strumento per mettere in discussione le certezze, smontare la realtà apparente e svelare le crepe invisibili sotto la superficie del quotidiano.
Sui tetti di Napoli: i Brickbat, tra forza e cultura
La mostra si sposta infine sulla terrazza della Galleria Solito, con le sue piastrelle scure e una luce naturale filtrata. Qui si trovano i Brickbat, sculture a forma di mattoni che riportano sulle superfici le copertine di saggi politici e filosofici.
Questi oggetti hanno una doppia valenza: sono materiali da costruzione, simboli di rivolta e forza bruta, ma anche portatori di cultura e sapere, pietrificati e impenetrabili. Libri come Homo sacer di Giorgio Agamben o Storia notturna di Carlo Ginzburg emergono da queste superfici chiuse, trascinando chi guarda in riflessioni su potere, esclusione e persecuzione.
Il Brickbat più potente è fatto con tufo napoletano e rivestito dalla copertina di Flowers of Palestine. Il contrasto tra l’immagine poetica dei fiori e il filo spinato che stringe e taglia la superficie crea un simbolo forte di violenza e repressione, un messaggio netto sul soffocamento della bellezza e della libertà.
Occupation e memoria: un monumento all’ordinario del Sud
Al centro della terrazza svetta Occupier , una struttura massiccia di cemento, ferro e vernice nera, ispirata agli oggetti di uso comune usati per occupare abusivamente parcheggi o delimitare spazi nel Sud Italia.
L’opera è una scultura ambigua: familiare per il suo uso quotidiano, ma al tempo stesso minacciosa, simile a una barriera o a un relitto industriale. È un piccolo monumento alla realtà sociale del territorio e un omaggio alla Sicilia, dove il collettivo vive e lavora.
Claire Fontaine ha già affrontato temi simili, come nella mostra Unpacking My History a Palazzo Braschi a Roma, dove ha ricordato episodi di repressione politica, come quelli legati al G8 di Genova nel 2001, usando biglietti ferroviari trasformati in lightbox e sculture-brickbat legate a quella memoria.
Il filo che lega queste opere è la volontà di conservare e rinnovare il ricordo di conflitti spesso dimenticati, affidando all’arte il compito di stimolare riflessione pubblica e responsabilità collettiva.
Claire Fontaine: l’arte che interroga i tempi bui
Song for Dark Times è una mostra contenuta nei numeri ma di grande impatto. Il numero ridotto di opere non impedisce a Claire Fontaine di affrontare temi profondi e di aprire varchi di pensiero su questioni urgenti.
Il collettivo evita slogan e messaggi espliciti, preferendo far emergere domande attraverso la forma e il rapporto con lo spazio. L’arte diventa così un modo per interrogare e mettere in discussione, soprattutto in tempi segnati da crisi e tensioni.
Quando, come scrive Montale, “la scena del mondo vacilla”, Claire Fontaine mostra come la luce del neon possa rivelare crepe invisibili, aprendo nuovi spazi per riflettere. In un mondo dove le immagini di sempre non bastano più, l’arte chiama a una pausa, a un momento sospeso tra ombra e verità.
