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Santa Maria della Scala di Siena: la mostra che svela il futuro architettonico del complesso storico

Redazione 21 Giugno 2026

Davanti a piazza del Duomo, Santa Maria della Scala si staglia imponente, quasi a sfidare il tempo. Non è solo uno degli ospedali più antichi d’Europa: è un custode silenzioso di storie e arte, un pezzo vivo della Siena che conosciamo. Per secoli, ha intrecciato la cura dei corpi con la cura dell’anima, ospitando opere e vite in uno stesso abbraccio. Fino agli anni Sessanta, questa doppia anima ha definito la sua identità. Oggi, quel gigante si risveglia, cambia pelle e si prepara a raccontare un nuovo capitolo, trasformandosi in un centro culturale che guarda al futuro senza dimenticare il passato.

Un colosso nel cuore di Siena

Il Santa Maria della Scala occupa circa 38mila metri quadrati, una superficie impressionante se si pensa che Siena ha poco più di 53mila abitanti. Basta questo dato per capire quanto sia imponente la sua presenza in città. Il museo è quasi quattro volte più grande di piazza del Campo, il cuore pulsante di Siena. Più che un semplice museo, il complesso sembra una piccola città dentro la città, con percorsi intrecciati, piani sovrapposti, cortili e ambienti che si sono stratificati nel tempo, conservando tracce di ogni epoca.

Nel Medioevo e nel Rinascimento, Santa Maria della Scala accoglieva pellegrini, malati, orfani e persone in difficoltà lungo la via Francigena. Gli affreschi nel Pellegrinaio, opera di Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta, raccontano con vividezza quei giorni: dipinti che mostrano la vita quotidiana nell’ospedale, le pratiche di cura, i riti e l’organizzazione sanitaria di allora. Quei spazi non sono solo arte, ma memoria tangibile di un passato fatto di accoglienza e impegno sociale.

Da ospedale a museo: una trasformazione lunga e complessa

Il passaggio dal Santa Maria della Scala da ospedale a luogo culturale non è stato rapido. Negli anni Sessanta l’attività sanitaria era ancora in corso, ma il rischio di abbandono e degrado era palpabile. Nel 1968 Cesare Brandi, storico dell’arte e teorico del restauro, lanciò un allarme su ‘Il Corriere della Sera’, definendo il complesso “un museo avvilito ad ospedale”. Quelle parole furono un punto di svolta. Nel 1976 Brandi propose un’idea ambiziosa: trasformare il luogo in un “acropoli della cultura”.

Tra il 1984 e il 1985, l’ILAUD, laboratorio internazionale di architettura e urbanistica fondato da Giancarlo De Carlo, prese il Santa Maria della Scala come banco di prova. Qui il complesso venne visto come un organismo urbano complesso, una “città nella città” da leggere attraverso le sue memorie, i suoi spazi e le architetture sovrapposte. La mostra raccoglie materiali didattici, pubblicazioni e disegni che raccontano questa esperienza, mettendo in luce il legame tra architettura, storia e funzione sociale.

Un momento chiave fu il concorso internazionale del 1990, vinto da Guido Canali, che si impose su nomi come Richard Rogers e David Chipperfield, futuro premio Pritzker. Il progetto di Canali puntò su un restauro attento e rispettoso, capace di valorizzare ogni stratificazione storica senza cancellarla. Sono stati aperti e resi fruibili i diversi livelli del complesso, dai corridoi sotterranei ai cortili, con un approccio quasi archeologico. Il risultato è un motore culturale moderno che conserva intatta la complessità dell’antico ospedale.

Il masterplan per il futuro: un progetto aperto e condiviso

La seconda parte della mostra guarda avanti, presentando un masterplan firmato dallo studio Luca Molinari insieme a tre studi internazionali: Hannes Peer Architecture, LAN Architecture e Odile Decq con Pangalos Feldmann Architectes. Non si tratta di un singolo progetto ma di un piano modulare e dinamico. L’idea è trasformare il complesso in una “casa della città”, uno spazio inclusivo dove cultura, ricerca, socialità e servizi convivono e si intrecciano.

Il masterplan si concentra su circa 18mila metri quadrati oggi poco usati, con proposte diverse ma coordinate. L’obiettivo è rendere gli spazi più accessibili e funzionali, rispondendo alle esigenze di una comunità viva e in continua evoluzione. La novità sta nella collaborazione tra i tre studi, che non si sfidano ma integrano le proprie idee in un progetto unitario. Gli interventi rispettano le stratificazioni storiche, valorizzandole senza forzature.

Hannes Peer Architecture punta sulle aree di accoglienza e sosta, come la Casa delle Balie, il bookshop e le zone ristoro, trasformandole in luoghi di incontro e relazione con la città. Qui si supera la separazione tra museo e contesto urbano, creando spazi fluidi che coinvolgono visitatori e cittadini. Anche i momenti di pausa diventano parte integrante della vita culturale.

LAN Architecture propone il “Care Manual”, un approccio fatto di piccoli gesti: osservare, riparare, connettere. Il museo diventa un organismo che si adatta nel tempo, in cui la “cura” – tema originario del complesso – è la guida del progetto. Si punta a mantenere viva la memoria e la leggibilità degli spazi, senza stravolgerli.

Odile Decq interpreta il complesso come un palinsesto urbano su più livelli. Il suo intervento più evidente è l’auditorium, pensato non come un corpo estraneo ma parte integrata della rete di percorsi e affacci del museo. Il volume rosso che spicca nei rendering è un segno forte e riconoscibile, quasi un nuovo punto di riferimento che sottolinea la vocazione pubblica del Santa Maria della Scala, dialogando con l’antico senza rinunciare a un tocco di modernità audace e rispettosa.

Santa Maria della Scala, tra memoria e rinascita

L’evoluzione del Santa Maria della Scala ripropone un tema che attraversa i secoli: la cura, che lega passato e presente. Un tempo significava accoglienza concreta per pellegrini, malati e indigenti. Oggi vuol dire attenzione alle architetture, alla memoria storica e alla qualità degli spazi condivisi. Curare vuol dire anche trasformare senza cancellare, investire nel patrimonio senza fossilizzarsi, aprire a nuove forme di vita collettiva.

La mostra riesce a spiegare la complessità di questo percorso, mostrando come il futuro del complesso non sia una forma chiusa, ma un traguardo da costruire e vivere. L’allestimento mette insieme documenti, testimonianze e progetti, offrendo ai cittadini senesi la possibilità di riconoscere un pezzo importante della propria identità. Santa Maria della Scala si conferma così non solo un luogo di cultura, ma uno spazio in movimento dove passato e futuro si intrecciano per dare vita a un progetto urbano e sociale di respiro ampio.

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