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Mario Ceroli trasforma l’utopia contemporanea: la mostra innovativa a 21Art Treviso

Nel cuore di 21Art a Treviso, nel 2026, qualcosa cambia radicalmente. Mario Ceroli entra con un progetto che non si limita a riempire pareti bianche: le scuote, le trasforma. Curato da Cesare Biasini Selvaggi, il suo intervento non ricalca modelli già visti, ma li rinnova, mettendoli a confronto diretto con il presente. Non è una mostra da guardare passivamente, ma un racconto in cui materiali, superfici e parole si intrecciano, dando vita a un gesto artistico riscritto. Appena varcata la soglia, una scritta gigante – EVVIVA – cattura lo sguardo e annuncia che qui si entra in un dialogo con la lingua e la memoria. Camminando tra pietre dorate e tavole segnate dal tempo, si sente la cura con cui ogni dettaglio si lega al successivo, trasformando lo spazio in un racconto vivo.

Memoria che prende forma: il riuso dei materiali tra natura e artificio

Le opere di Ceroli si fondano su materiali carichi di storia. Vecchie tavole di legno, cataste segnate dal tempo, si accompagnano a reti metalliche arrugginite e cortecce che raccontano una lunga crescita. I sassi di fiume, illuminati dalla foglia d’oro, fondono il naturale con l’intervento umano, creando una sospensione tra ciò che nasce spontaneo e ciò che è plasmato dall’uomo. Questo riuso non è solo una scelta estetica, ma un vero dialogo con il passato. I materiali, sottratti al loro uso originario, lasciano la loro funzione per diventare custodi di memorie profonde, capaci di proiettarsi in una dimensione di sacralità e durata implicita. L’opera mette in moto così una circolarità temporale: non sono più semplici oggetti, ma tracce vive che raccontano, si rinnovano e abitano il presente.

Il blu di Giotto rivive nelle nuove visioni di Ceroli

Un elemento che segna una svolta nella mostra è il colore, e in particolare il blu. Nasce dall’incontro con il cielo di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, riferimento iconografico e spirituale. Ma il blu di Ceroli non è una semplice citazione. Si posa sul legno in modo da trasformarne la percezione senza cancellarne la materia. Questo pigmento apre una nuova intensità visiva nella ricerca dell’artista, unendo la memoria medievale con uno sguardo contemporaneo. Quando lo stesso blu forma una “Z” che richiama la Generazione Z, il passato e il presente si avvicinano bruscamente. Le epoche si fondono in un dialogo intenso, dimostrando come immagini e simboli riescano a rigenerarsi col tempo, mantenendo viva la loro forza comunicativa e spirituale.

Tornare alle radici del linguaggio e capire lo spazio

A ottantotto anni, Ceroli non guarda indietro con nostalgia, ma affronta di nuovo le basi del suo linguaggio artistico. Lettere che animano gli spazi, fili a piombo, oggetti minimali e geometrici: tutto richiama un codice quasi elementare, quasi infantile, il modo in cui impariamo a dare ordine e nome al mondo. L’ultima utopia non è una semplice ripetizione, ma un’indagine attiva sulle origini della rappresentazione. Lo spazio non è mai vuoto o neutro, anzi diventa il primo “materiale” dell’opera, un corpo che dialoga con forme e colori. L’arte si fa così esperienza che si percepisce subito, prima ancora che simbolo. L’intera sequenza mette in discussione la capacità dei segni di orientarci nel presente e di costruire il rapporto con le immagini.

Utopia oggi: restare umani con l’azzurro come orizzonte

Per Cesare Biasini Selvaggi, L’ultima utopia di Ceroli è un invito a «restare umani in un mondo che ha scelto di non esserlo più», con la volontà di inseguire «l’azzurro» come orizzonte. Non è solo un colore, ma una dimensione ideale, un’apertura verso qualcosa che va oltre la materia senza perdere il legame con le radici. Il percorso si muove su un confine incerto tra memoria e rinascita, abitando un presente che interroga il passato senza bloccarlo. Le forme non sono compiute o ferme, ma attraversate da una tensione che le spinge a cambiare e a estendere il loro significato nel tempo. Chi esce dalla mostra ha la sensazione di un movimento ancora aperto, di una storia che non si chiude ma si spalanca a nuove possibilità. Forse è proprio questa tensione vitale la più vera forma di utopia che l’arte contemporanea può offrire oggi.

Redazione

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