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Addio a Duane Michals, il visionario della fotografia che ha trasformato il pensiero in immagini

Redazione 11 Giugno 2026

Il 9 giugno 2024 Duane Michals si è spento, lasciando un segno indelebile nella fotografia del Novecento. Nato in Pennsylvania, in una famiglia operaia, ha seguito una strada tutta sua, lontano dalle mode e dalle regole tecniche dell’epoca. Michals non si è mai accontentato di mostrare solo l’apparenza delle cose; ha scavato nell’invisibile, tra emozioni, ricordi e desideri. Ha raccontato, con i suoi scatti, anche la propria omosessualità, un tema personale e coraggioso. La recente retrospettiva a Monte Carasso, in Svizzera, lo ha definito “il fotografo dell’invisibile”: uno che non cattura eventi, ma veri e propri pensieri in immagini.

Da dove nasce la passione per la fotografia

Duane Michals si avvicinò alla fotografia quasi per caso, durante un viaggio in Unione Sovietica nel 1958. Senza una formazione artistica alle spalle, era un autodidatta che si muoveva spinto dalla curiosità e dall’istinto. Non si fece mai incasellare nelle rigide regole del fotogiornalismo dell’epoca, che puntava a cogliere “l’attimo decisivo” e a documentare la realtà in modo oggettivo. Michals invece voleva andare oltre, cercare quello che la fotografia tradizionale non riusciva a mostrare: la complessità dell’esperienza umana, le sfumature nascoste nella mente e nel cuore.

Questa rottura con il modo di fotografare del tempo si manifestò presto nel suo uso innovativo della sequenza fotografica. Se prima si puntava a uno scatto singolo, lui iniziò a raccontare storie con serie di immagini, di solito in bianco e nero e composte da sei o nove foto. Non documentava eventi, ma metteva in scena emozioni e trasformazioni che andavano oltre la semplice immagine. Le fotografie si intrecciavano, si sovrapponevano anche con doppie esposizioni, per trasmettere il fluire di un pensiero o di un sentimento.

La rivoluzione della sequenza e delle parole sulle foto

A metà degli anni Sessanta Michals ha dato una svolta decisiva alla fotografia artistica con la sua idea di sequenza narrativa: affiancare più immagini per raccontare un processo, una storia interiore che una singola foto non poteva esprimere. Lavori come The Spirit Leaves the Body o Chance Meeting mostrano figure che appaiono e scompaiono, si trasformano, creando vere e proprie sceneggiature visive piene di suggestioni. Il suo scopo non era solo mostrare, ma spingere chi guarda a riflettere sul significato profondo di ciò che vede.

Nel 1974 Michals fece un passo ancora più avanti: cominciò a scrivere direttamente sulle fotografie. Aggiungeva piccole poesie, riflessioni, confessioni ai margini delle immagini, creando un dialogo tra parola e immagine. All’epoca questa scelta fece discutere perché rompeva con l’idea che la fotografia dovesse rimanere “pura”. Per Michals, però, la foto da sola mostrava solo l’apparenza; il vero senso, l’invisibile, si poteva cogliere solo mettendo insieme ciò che si vede e ciò che si legge.

Tra cultura pop, arte contemporanea e musica

Nonostante il suo lavoro fosse molto personale e introspettivo, Michals non ha mai snobbato la cultura pop e commerciale. Ha firmato servizi per testate come Vogue e Esquire, mantenendo sempre la propria visione anche in contesti più “mainstream”. Ha ritratto icone del Novecento come Andy Warhol, Joseph Cornell e Pier Paolo Pasolini, creando un ponte tra arte concettuale e cultura popolare.

Il suo contributo si estese anche alla musica: nel 1983 realizzò la copertina di Synchronicity, l’ultimo album in studio dei Police. Qui mise insieme fotografia e grafica in modo originale, dando vita a un’immagine che andava oltre la semplice foto promozionale. Questa capacità di unire profondità artistica e comunicazione diretta fa di Michals una figura unica, capace di muoversi tra mondi diversi senza perdere coerenza né intensità.

Con la sua scomparsa si chiude un capitolo importante della storia della fotografia, ma il suo modo di vedere l’immagine continuerà a ispirare artisti e appassionati. Rimane il segno delle sue pellicole e delle parole che ha scritto accanto alle foto: un invito a non fermarsi mai alla superficie, ma a cercare sempre ciò che sta sotto.

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