# La pittura non è morta, afferma Sebastiano Bottaro, giovane artista nato a Noto nel 1993. In un’epoca dominata dal digitale, affidarsi ancora a pennelli e tele sembra quasi un atto di resistenza. Eppure, tra botteghe e atelier sparsi per l’Italia, c’è chi, come lui, riprende una tradizione antica, mescolandola con le suggestioni del presente. Per Bottaro, dipingere non è un mestiere, ma un viaggio dentro se stessi, un percorso fatto di dubbi e sfide che si apre a un modo nuovo di intendere il tempo e il segno. Non trova risposte facili, ma proprio in questo risiede la sua forza.
Bottaro non cerca una verità da mostrare, ma piuttosto si lascia andare a un “perdersi” più che a un “cercare”. Cambia così la prospettiva: l’opera non è una meta definitiva, ma un terreno aperto a deviazioni e possibilità. La pittura diventa una strada, non una destinazione. In questo modo, si mette da parte l’idea di un risultato fisso e si dà spazio all’esperienza, all’atto stesso del dipingere. Qui l’errore non è un fallimento, ma un passaggio necessario.
La tela non è più solo un oggetto bello da vedere, ma diventa strumento di esplorazione esistenziale. È un modo per sfidare il controllo e la pianificazione, un invito a sospendere il giudizio sul risultato finale. Bottaro dipinge per il bisogno di avventurarsi nel segno e nella materia, non per confezionare un prodotto già pensato.
L’inizio di Bottaro con la pittura non è stato facile né immediato. Al liceo artistico, sotto l’occhio severo di Cesario Randino, si è trovato a fare i conti con difficoltà tecniche e critiche puntuali. Quel clima rigido ha acceso però in lui una tensione emotiva particolare: una miscela di rabbia e necessità che l’ha spinto verso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
In quegli anni ha capito che dietro l’artista c’è un ego forte, una spinta che non si può ignorare. Fare arte richiede fiducia in se stessi e un desiderio profondo di lasciare un segno. Questa consapevolezza, quasi autobiografica, racconta quella tensione psicologica che accompagna molti artisti contemporanei, dove la spinta personale si intreccia con la creazione.
Quando parla di maestri e influenze, Bottaro cambia registro. Non si tratta di “ispirazione” ma di “istruzione”: la tradizione non va imitata ma attraversata, per costruire una strada propria senza cadere nella semplice ripetizione. Il passato diventa così un terreno da cui attingere tracce e consapevolezze, senza fermarsi a copiarlo.
Tra gli artisti contemporanei, Bottaro ammira chi mette in discussione il linguaggio della pittura, chi spinge oltre i confini, cercando nuove vie. Per lui la pittura resta sempre un mezzo, mai un fine, una porta aperta a interpretazioni infinite, mai chiuse o definitive.
Sul piano dei temi, Bottaro non cerca messaggi precisi o storie raccontate. Piuttosto vuole “attraversare il presente” vivendo l’esperienza concreta dell’essere, lasciando una traccia, anche fragile, di sé nel tempo che stiamo vivendo. Per questo privilegia il segno come elemento centrale del suo lavoro.
Il segno è costruito con attenzione, mentre colore, composizione e materia emergono e si regolano da soli durante la creazione. La pittura mantiene così una sua instabilità, che la rende viva e in movimento. Questa precarietà è quel qualcosa che la salva dalla rigidità e lascia spazio a un dialogo tra intenzione e casualità.
Bottaro sa che oggi non si può ignorare il contesto sociale, culturale e politico. Anche quando non si affrontano direttamente certi temi, il tempo in cui si crea lascia sempre un’impronta nelle immagini. Spesso in modo sottile, quasi nascosto, ma presente.
Nonostante un certo interesse per il digitale e l’intelligenza artificiale, Bottaro resta prudente. La sua distanza da queste tecnologie nasce dal timore che l’intuizione, il gesto fisico e quel senso di smarrimento che caratterizzano l’essere artista possano venire banalizzati o soffocati dalla digitalizzazione. Non usarle diventa un modo per proteggere l’anima “umana” e materiale della pittura in un’epoca sempre più virtuale.
Le influenze extra-pittoriche arrivano da cinema, musica, letteratura e immagini trovate online, agendo spesso a livello inconscio. Si sedimentano nelle emozioni e poi riaffiorano, trasformate, nel lavoro pittorico. Di recente Bottaro si è confrontato con riflessioni legate all’evoluzione e allo specismo, ampliando così il campo dei suoi interessi oltre la sola pittura.
L’esperienza personale si mescola a quella collettiva. Anche quando si pensa di comunicare qualcosa di privato, si finisce sempre per dialogare con un contesto condiviso. L’opera diventa così una sintesi tra intimità e dimensione pubblica, un equilibrio che cambia ma non sparisce mai. Anche nei lavori a sfondo politico, la componente personale resta sempre forte e indelebile.
Per Bottaro il momento chiave è decidere di iniziare un’opera. Non significa prevederne il finale, ma aprire una porta che conduce a tutto il resto. Il senso di un lavoro finito arriva solo quando si passa a un progetto nuovo, lasciando spesso qualche opera volutamente incompiuta o “a metà”.
Questo modo di lavorare riflette un rapporto non possessivo con l’immagine finita, un’apertura a possibilità infinite e una certa diffidenza verso la chiusura definitiva. Così si evita l’angoscia del completamento, mantenendo viva la tensione tra ciò che è e ciò che poteva essere. È questa tensione che dà alle opere una vitalità che rifiuta l’assoluto e accetta il cambiamento continuo.
Per Bottaro la pittura è un modo per “fare attrito” con la velocità e la leggerezza del mondo digitale. Il gesto manuale, il contatto fisico con la materia, la traccia tangibile: tutto questo resta insostituibile per conservare profondità nelle esperienze di ogni giorno.
Le mostre collettive, come Ensemble, mostrano invece come un’opera cambi quando si trova accanto ad altre. In questi spazi, il valore assoluto del singolo lavoro si mette da parte per lasciare spazio alle relazioni, ai dialoghi, alle tensioni tra diversi linguaggi pittorici. La collettiva diventa così una “scatola” di incontri, dove le opere si provocano e si rispondono, convivendo in uno spazio condiviso.
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