Varcare la soglia della Sala del Ninfeo al Museo Carlo Bilotti, nel cuore di Villa Borghese a Roma, è come entrare in un vortice senza punti di riferimento. Segni bianchi si allungano e si ritirano, spirali si intrecciano senza un centro preciso, mentre un cerchio blu si dissolve in una luce che pare nascere dall’ombra stessa. Sono queste le visioni di “Cosmografie”, la mostra di Marina Bindella. Qui, lo spazio e il tempo si sgretolano, diventano fluide suggestioni. Ogni opera sfida l’idea di stabilità, dialogando con temi antichi e contemporanei, fondendo la rigida geometria con il gesto pittorico e un’intensa riflessione filosofica. Un universo in continuo divenire prende forma sotto gli occhi di chi guarda.
Marina Bindella è nata a Perugia nel 1957. Ha una formazione classica e una laurea in Lettere, con indirizzo storia dell’arte, conseguita alla Sapienza di Roma. Artista autodidatta, dagli anni Novanta si è fatta strada nella xilografia, tecnica che oggi insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma, insieme alla progettazione di libri d’artista. Il suo percorso si è formato anche grazie all’incontro con l’astrazione italiana, ispirata da maestri come Guido Strazza, Carlo Lorenzetti, Enrico Della Torre e Giulia Napoleone.
Bindella racconta di una consapevolezza precisa sin dall’inizio: parte sempre da una griglia geometrica, ma poi la sovverte, la apre, a volte la nasconde. Questo rapporto ambiguo con la struttura geometrica è il cuore della sua arte. In particolare, il confronto con Guido Strazza – teorico del segno – l’ha spinta a ripensare il suo significato. Per Strazza il segno è un atto d’esistenza, mentre per Bindella è una particella che, insieme ad altre, crea forme e spazi. Qui lo spazio non esiste prima del segno, ma nasce da esso. Questa idea richiama i concetti del matematico Bernhard Riemann, che nel XIX secolo ipotizzò geometrie non euclidee, mettendo in discussione le regole spaziali tradizionali.
Tra i pezzi più suggestivi in mostra c’è “Ab origine IV” , realizzato con tecnica mista su cartoncino ondulato intelaiato. L’opera cattura lo sguardo con forme sfumate che sembrano dissolversi nello sfondo. Guardandola da vicino, si scopre che quelle forme nascono da linee orizzontali, modulate da spostamenti delicati, schiariture e interruzioni. Sembrano riflessi sotto la superficie di un’acqua calma. Questo modo di procedere richiama l’idea di àpeiron, il concetto filosofico di Anassimandro del VI secolo a.C., secondo cui tutto prende forma da un fondo indefinito e senza limiti.
Il supporto ondulato non è solo una scelta estetica. Le onde concave e convesse dei cartoni creano ombre sottili, che cambiano a seconda da dove si guarda, introducendo un gioco di ambiguità cromatica e spaziale. Così Bindella gioca con la luce, che non rimane mai ferma. Le superfici stesse sembrano muoversi, rompendo la rigidità geometrica e offrendo una visione in continuo cambiamento, dove le forme si trasformano sotto gli occhi di chi osserva.
Le spirali occupano un posto centrale nella mostra. In “Vortex temporis IX”, per esempio, perdono il loro centro tradizionale e si allargano come vortici senza punto di origine. Il titolo suggerisce il ruolo del tempo nelle opere di Bindella: non un tempo lineare e misurabile, ma un flusso continuo, un processo che non si ferma mai. La serie si sviluppa come una storia in cui ogni elemento segue quello precedente e prepara il successivo.
Bindella riflette sul tempo come dimensione inseparabile dallo spazio e dal segno. Nei suoi otto pannelli “Sui bordi del tempo”, ogni pezzo si allunga orizzontalmente e si collega al successivo, chiedendo a chi guarda di prender tempo per seguirli. L’arte diventa così esperienza temporale, dove senso e comprensione si costruiscono passo dopo passo. I segni si moltiplicano e si fanno plastici, evocando un mutamento costante che apre a letture diverse, senza mai chiudere la porta a un’unica interpretazione.
Uno degli elementi più significativi è “Il mare di Dirac I” , un’opera dove il blu domina il centro, illuminato da una luce calma e stratificata. Le forme – rettangoli e cerchi – si intrecciano in un equilibrio tra limite e infinito. Il riferimento è doppio: da un lato l’àpeiron di Anassimandro, principio indefinito da cui tutto nasce; dall’altro Paul Dirac, fisico teorico del XX secolo, che vedeva nella bellezza matematica la chiave della verità scientifica.
Il cerchio, forma chiusa e perfetta, diventa simbolo di un infinito che può stare dentro un confine senza oltrepassarlo. Questa dialettica tra limite e illimitato attraversa tutta la ricerca di Bindella. Nel libro d’artista “Àpeiron” , anch’esso in mostra, l’artista riprende un passo di Anassimandro citato da Aristotele che sembra racchiudere la sua strategia creativa di aggregare e rarefare i segni.
“Cosmografie” è il titolo della mostra, e non è un caso. Le opere di Marina Bindella aprono nuovi spunti di riflessione sul senso dello spazio e del tempo, incrociando filosofia, matematica e scienza in un dialogo con il segno artistico. Qui la conoscenza non appare mai definitiva o esclusiva, ma una serie di ipotesi che convivono, si sovrappongono e si trasformano.
In questo percorso, l’arte si fa orizzonte aperto, capace di spingere il pensiero oltre ciò che conosciamo. La mostra resta aperta fino al 15 novembre 2026, e continua a lanciare domande urgenti, riflessioni profonde sul nostro rapporto con l’universo invisibile che ci circonda.
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