# Nel cuore di Ginevra, il MAMCO ha deciso di fare i conti con il proprio passato
Non è un gesto scontato, né semplice. Il museo si interroga, mette sotto la lente le sue scelte, le storie che ha raccontato fino a oggi. E lo fa senza mezzi termini. Perché la storia dell’arte occidentale, così come tante collezioni, è stata a lungo un racconto a senso unico, dominato da uno sguardo maschile e spesso esclusivo. Basti pensare a un dato: solo il 31% delle opere esposte porta la firma di un’artista donna. Non è solo una questione di percentuali, ma di come si costruisce e si tramanda la memoria stessa dell’arte. Da qui nasce il nuovo programma del museo, che vuole aprire porte finora chiuse e dare voce a chi, troppo a lungo, è rimasta in secondo piano.
Il punto è chiaro e diretto. Per troppo tempo i musei hanno escluso o marginalizzato le artiste, costruendo così una storia dell’arte a metà. Negli anni Sessanta e Settanta il movimento femminista ha cominciato a smascherare questa esclusione sistematica, mettendo in discussione non solo la mancanza di nomi femminili, ma l’intero sistema culturale e istituzionale che l’aveva creata. Nel 1971 Linda Nochlin, con il suo celebre saggio “Why Have There Been No Great Women Artists?”, spostò il focus dalle singole assenze alle condizioni storiche e sociali che hanno impedito alle donne di emergere. Quel ragionamento è oggi più attuale che mai, perché ci costringe a ripensare come sono organizzate le collezioni e le politiche di acquisizione, con uno sguardo più aperto e complesso.
Al MAMCO questa riflessione diventa azione concreta. Il direttore Lionel Bovier parla chiaro: servono “altri strumenti concettuali, altre teorie estetiche, altre narrazioni”. Da qui nascono due mostre ai Musée Rath, in collaborazione con il Musée d’art et d’histoire di Ginevra. Da una parte “Refaire collection”, che riscrive la storia dell’arte dando spazio alle artiste; dall’altra, una retrospettiva dedicata a Sylvia Sleigh, pittrice gallese che ha messo in discussione gli stereotipi visivi e di genere.
Sylvia Sleigh ha capovolto le regole del gioco della pittura occidentale. Al contrario della tradizionale immagine della donna come modella passiva e spesso nuda, destinata allo sguardo maschile, Sleigh dipinge uomini reali, riconoscibili, ritratti con naturalezza e cura. Nel suo “Imperial Nude: Paul Rosano” , gli uomini assumono pose tipiche delle tradizionali figure femminili, richiamando persino l’iconografia dell’odalisca. Ma questi non sono corpi idealizzati o anonimi: sono volti e corpi precisi, spesso amici o colleghi, ripresi con attenzione ai dettagli e alle sfumature dell’identità.
Questo modo di rappresentare il corpo maschile, meno astratto e più vulnerabile, suscitò critiche all’epoca, non solo per il soggetto ma anche per l’apparente rottura con le regole accademiche. In realtà la pittura di Sleigh è tecnica e attenta alla tradizione, come si vede nella citazione diretta di opere storiche, per esempio in “Court of Pan ” . Le sue composizioni, precise e ben disegnate, sfidano i canoni, dando all’artista un ruolo nuovo e consapevole di osservatore critico.
Uno degli aspetti più interessanti di Sleigh è il modo in cui inserisce la figura dell’artista nell’ambiente domestico, che è insieme luogo di vita e di lavoro. In “Working at Home” , si ritrae davanti alla tela, mentre dietro di lei il marito è impegnato al tavolo. Qui emerge una soggettività forte, che riconosce la casa come spazio di creatività. Il dipinto aggiorna la lunga tradizione degli autoritratti con una prospettiva femminile che intreccia intimità e professione.
La dimensione domestica torna anche in “Chelsea Garden” , dove l’artista e il marito sono immersi nel giardino di casa a New York, un luogo quasi selvaggio. Quello spazio diventa un osservatorio della vita e degli affetti, testimoniando una pratica artistica radicata nelle esperienze quotidiane, lontana da immagini idealizzate o mitiche.
Negli anni Settanta Sylvia Sleigh si impegna attivamente nei movimenti femministi e nei collettivi di artiste che lottano per la visibilità. Partecipa a Women in the Arts , promuove la mostra “Women Choose Women” e fa parte del collettivo SOHO 20. Collabora anche con lo spazio A.I.R., per il quale realizza il famoso “A.I.R. Group Portrait” , e prende parte a progetti collettivi come “The Sister Chapel” presentato al PS1 nel 1978.
La sua attività politica e culturale va di pari passo con la pittura, che non si limita a ritrarre uomini in modo originale, ma costruisce reti di solidarietà tra artiste. Nel catalogo della mostra, un saggio inedito di Linda Nochlin sottolinea il ruolo di Sleigh come “artista innovativa, ma non avanguardista”, capace di mescolare sensualità e ironia e di ribaltare l’immagine tradizionale della mascolinità e dell’autorità.
Accanto a Sylvia Sleigh, “Refaire collection” offre un percorso corale dedicato ad altre donne che hanno segnato la pittura moderna e contemporanea. L’ingresso è scandito da una tenda trasparente con gli slogan delle Guerrilla Girls, che prepara il visitatore a un ambiente che celebra pluralità e diversità.
Tra le protagoniste, spiccano Alice Neel con il crudo e provocatorio “Joe Gould” , e Joan Semmel con “Under the Sheet” , un autoritratto fotografico che sfida lo sguardo lasciando fuori il volto. Si alternano poi autoritratti emblematici come quello di Louise Catherine Breslau del 1921, e opere di Leonor Fini, dove si apprezza la delicatezza formale e la tecnica raffinata.
La mostra mette in luce anche l’impegno politico con fotografie di Hannah Wilke e il tema della sorellanza nel “Golum” di Nicole Eisenman. A chiudere il percorso, il doppio ritratto del 2022 di Jenna Gribbon dedicato alla moglie, che esplora intimità e corpo nelle relazioni affettive.
L’allestimento del MAMCO dimostra che è possibile riscrivere la storia dell’arte includendo percorsi alternativi, voci e opere rimaste a lungo nell’ombra. Si potrebbe dire che molte di queste artiste sono ormai note, ma il punto non è solo la loro visibilità individuale. Conta soprattutto come le collezioni e le narrazioni museali continuano a influenzare la percezione pubblica dell’arte.
Il gesto del MAMCO non si limita a riconoscere uno squilibrio, ma mette in discussione i criteri di selezione e gli schemi interpretativi che lo hanno generato. Così il museo afferma che la storia raccontata dalle collezioni non è un dato fisso, ma uno spazio aperto a domande, riscritture e nuove valutazioni. Quella riflessione sulle collezioni diventa un’azione concreta, che continua nel presente dando voce a donne artiste, protagoniste di una storia ancora da completare.
Parigi, sabato 24 ottobre: tra le luci scintillanti delle gallerie e le strade invase da…
La pittura non è morta, dice Elena Ceretti Stein, mentre sfiora con delicatezza la tela.…
A giugno, più di mille piccoli Comuni italiani hanno raccolto una sfida lanciata dal Ministero…
Nelle immagini di Gregory Crewdson, l’America si mostra familiare eppure stranamente sospesa, come se il…
# Nel cuore di Napoli, alla Galleria Acappella, Marta Ravasi scuote le convenzioni della natura…
Il videogioco non è più solo un gioco. Così suona una frase che, negli ultimi…