«Il calcio è la nostra voce», dice una delle giovani donne iraniane riprese nel docufilm Nowruz. Raccontare l’Iran attraverso i suoi volti autentici non è mai semplice. Troppo spesso, l’Occidente si ferma a stereotipi che riducono un intero Paese a un’immagine monolitica, quella della vittima da salvare. Ma l’Iran è altro: un paese con radici profonde, una storia millenaria e una popolazione che resiste, che lotta per affermare la propria identità e libertà. Da secoli, pressioni esterne e trasformazioni interne ne plasmano la realtà, rendendola complessa e sfaccettata. A Torino, un gruppo di giovani donne iraniane ha scelto il calcio per raccontare tutto questo — non con parole, ma con azioni, sudore e speranza, mostrandosi così come sono davvero.
Nowruz, il docufilm che racconta le calciatrici iraniane a Torino
“Nowruz – Nuovo giorno”, diretto da Francesco Cannavà e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, segue un gruppo di donne iraniane che vivono a Torino. Sono le giocatrici di Homa, una squadra femminile che partecipa alla Balon Mundial, un torneo internazionale dedicato alle comunità migranti, pensato come una sorta di Coppa del Mondo alternativa. Il titolo “Nowruz” prende spunto dalla tradizionale festa persiana del “nuovo anno”, che non coincide con il capodanno occidentale, ma con l’equinozio di primavera, richiamando l’idea di rinascita e cambiamento. Nel film, il calcio diventa un modo per stare insieme, resistere e costruire legami nuovi. Attraverso questo sport, queste ragazze trovano uno spazio di libertà e riescono a liberarsi, almeno simbolicamente, dalle restrizioni del loro Paese d’origine.
Lo sport diventa una vera alternativa alla repressione. Dal 1979, quando Khomeyni salì al potere, le donne in Iran hanno visto ridursi drasticamente gli spazi per partecipare allo sport, obbligate a indossare il velo e soggette a leggi che limitano pesantemente i loro diritti. Per le protagoniste di Nowruz, giocare a calcio significa lasciare da parte queste imposizioni: correre senza velo, cadere e rialzarsi insieme, condividere momenti di solidarietà lontano dalla censura. Attraverso il quotidiano allenamento, si costruisce una storia di autodeterminazione che resiste alle difficoltà.
Calcio e lotta: un binomio di resistenza culturale e politica
Nel documentario, il calcio non è solo un gioco, ma un simbolo potente di identità e di ricostruzione. È la voglia di far parte di una comunità viva, libera dalle pesanti costrizioni dello Stato islamico. Correre all’aria aperta, senza le restrizioni imposte in patria, traccia un confine netto tra esilio e appartenenza. Nel 2026, con la guerra e la repressione che tornano a colpire molte famiglie iraniane, il senso di esilio si mescola all’angoscia per chi resta. Le immagini di Nowruz raccontano anche questa fragilità, la nostalgia e la tensione di chi vive sospeso tra due mondi.
Il film si divide in due parti ben distinte. La prima segue con delicatezza le vite delle protagoniste, mescolando la passione per il calcio con i momenti di vita quotidiana, restituendo dignità e voce a queste donne. La seconda parte cambia registro: si apre con video amatoriali che documentano la dura repressione delle proteste in Iran nel 2026. Qui la narrazione si fa più cruda, abbandonando le inquadrature classiche per immergersi in immagini senza filtri, che mostrano la violenza delle forze dell’ordine e il coraggio dei manifestanti. Una realtà che colpisce e lascia un senso di impotenza, ma anche la voglia di non dimenticare.
Il valore dei video amatoriali contro la repressione delle donne iraniane
Nella seconda parte di Nowruz, l’uso di video amatoriali è centrale. Sono testimonianze dirette, spesso girate con telefoni in situazioni pericolose, che mostrano la forza della repressione contro le proteste, soprattutto quelle guidate dalle donne. Immagini che la censura cerca di cancellare, ma che raccontano la brutalità delle forze di sicurezza e la determinazione di chi resiste.
Riprendere questi momenti significa non solo conservare la memoria, ma anche combattere contro l’oblio. In un contesto dove i media ufficiali mostrano poco o niente, questi video diventano fondamentali per il pubblico internazionale e per chi vuole capire davvero cosa succede alle donne iraniane. La difesa dei diritti passa anche da qui: filmare le violenze è un modo per dare voce a chi rischia di perderla per sempre.
Il documentario si chiude senza fronzoli, lasciando lo spettatore con una consapevolezza amara: dietro una semplice partita di calcio, c’è la storia complessa di un Paese che non smette di lottare. L’esperienza di queste donne mostra come lo sport possa accompagnare un riscatto personale e collettivo, diventando simbolo di una ribellione che supera confini e culture.
