Al MACRO di Roma, una mostra rompe gli schemi: “Sguardo rovescio” racconta la mascolinità in modo inedito. Marialba Russo, fotografa dagli anni ’70, ha sfidato gli stereotipi di genere con uno sguardo capace di cogliere l’ambiguità dei ruoli sociali. Le sue fotografie non si limitano a documentare feste, riti e travestimenti; rivelano quegli spazi in cui le identità si dissolvono e ricompongono, fluide e temporanee. Accanto a queste immagini, opere più recenti – come l’omaggio a Monica Vitti – amplificano l’esperienza, trasformandola in un viaggio tra corpo, memoria e suono. La mostra resta aperta fino al 31 gennaio 2027.
Quando l’immagine maschile viene messa in discussione
Già negli anni ’70, John Berger aveva acceso i riflettori su come uomini e donne vengano rappresentati in modo diverso nei media e nell’arte, spiegando che “gli uomini agiscono, le donne appaiono”. Questa distinzione ha segnato profondamente la cultura visiva, imponendo lo sguardo maschile come dominante e relegando la donna a oggetto di visione. Poi arrivò Laura Mulvey con il suo saggio “Visual Pleasure and Narrative Cinema”, che introdusse il concetto di “male gaze”. Mulvey mostrò come la femminilità venga costruita da un punto di vista maschile, eteronormativo, limitante e impositivo. Queste idee hanno fatto scattare un campanello d’allarme e hanno spinto artisti e intellettuali a mettere in discussione le rappresentazioni tradizionali del genere.
Marialba Russo: tra festa, travestimento e riti a Roma
Le fotografie di Marialba Russo esposte al MACRO sono fondamentali per capire come la rappresentazione della mascolinità sia cambiata nel tempo. Attraverso immagini di feste, riti e momenti di socialità, Russo cattura quei momenti in cui i ruoli di genere si sospendono e si trasformano. In “Al ristorante, il 29 settembre 1974”, due giovani uomini sono ripresi durante un ballo clandestino vicino al Santuario della Madonna di Monteverde: un’immagine che racconta la fragilità di una libertà temporanea. Nella serie “Travestimento” , uomini in abiti altrui e travestiti durante feste carnevalesche interrompono la normalità dei ruoli sociali. Non sono solo foto da archivio, ma pezzi di un discorso più ampio sulla natura performativa del genere.
In “Il Passaggio – l’incanata” e “L’espulsione del male” , invece, il corpo diventa protagonista di gesti antichi di iniziazione e guarigione, che parlano di paure collettive e voglia di cambiamento. Qui Russo mette in scena un corpo come strumento di trasformazione e simbolo di rituali condivisi. Il suo sguardo, oltre che antropologico, è anche estetico: dà forma a esperienze sociali nascoste e spesso ignorate.
Ritratti di spalle e desideri nascosti
Oltre a immagini cariche di partecipazione, Russo si sposta anche verso una rappresentazione più distaccata della mascolinità. Nella serie “Delle centotrenta figure di spalle” , i soggetti sono fotografati di schiena, creando un ritratto collettivo silenzioso che parla di un’identità definita ma sfuggente. Nel progetto “Cult Fiction” , questa mascolinità si intreccia con il desiderio sessuale, in un dialogo visivo che sfrutta la ripetizione e la formalità della fotografia per svelare le dinamiche di potere e rappresentazione. Qui la neutralità dell’immagine fotografica si sgretola, facendo emergere il gioco di sguardi tra chi è ritratto e chi osserva.
Suoni e assenze: gli omaggi a Monica Vitti nella sala video
La mostra si arricchisce anche di un percorso audiovisivo che sposta l’attenzione dal corpo all’assenza, indagando tracce e memorie oltre l’immagine. Nella Sala Video e Audio, visitabile fino all’8 novembre, sono in mostra due lavori importanti. “Maria’s Dream” di Gaia De Megni esplora in modo intenso il legame tra la tomba di Monica Vitti al Cimitero Monumentale del Verano e un dialogo familiare tra madre e figlia. Il lavoro intreccia riflessioni sulla donna nei media e storie personali, creando un’atmosfera carica di memoria e rappresentazione.
“52 Spaces” di Robin Rimbaud, noto come Scanner, prende spunto dal film “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni per dissolvere la figura della protagonista. Rimangono solo voci, rumori e musiche che ricostruiscono un paesaggio sonoro di una Roma contemporanea, immersa nell’atmosfera cinematografica. Il film si scompone e si ricompone attraverso il suono, trasformando la città in un “paesaggio interiore” fatto di impressioni acustiche. Questo contrasto tra immagine e suono dà alla mostra un respiro aperto, invitando chi la visita a riflettere su come vediamo e ricordiamo.
