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Living Collapse al Madre: il presepe diventa un ecosistema multispecie tra natura e rifiuti

Redazione 8 Ottobre 2026

Tra rovine e riflessi di vetro scuro, il presepe tradizionale si dissolve. Al Museo Madre di Napoli, “Living Collapse” rompe gli schemi: niente più statuine di legno o terracotta, ma un intreccio di plastica e materiali inorganici. È un ecosistema in cui specie diverse convivono, si sfiorano, si rigenerano. Il presepe non racconta più solo una storia sacra, ma diventa un territorio fragile e vivo, dove la vita rinasce tra frammenti e detriti.

Il presepe reinventato: tra tempi che si sovrappongono e specie che si incontrano

La mostra “Living Collapse”, visitabile fino al 16 novembre 2026, si fa spazio nel panorama dell’arte contemporanea grazie al Premio Meridiana, che sostiene giovani artisti e curatori del Sud Italia. Curata da Samuele Piazza, l’esposizione prende il presepe tradizionale e lo trasforma radicalmente: via ossa, marmo e sugheri, dentro rovine di plastica argentata e vetro fumé che diventano nuovi habitat.

Il presepe qui è una scena senza un vero inizio o fine, un dispositivo che mette a confronto forme di vita, materiali e tempi diversi. Non si tratta di raccontare una storia lineare, ma di intrecciare prospettive temporali e biologiche che si contaminano. Gli artisti Effe Minelli, Raffaela Naldi Rossano e Andrea Bolognino propongono ciascuno una loro visione, lontana dalla tradizione e aperta a interrogarsi su presente e futuro del nostro abitare.

Napoli, cuore pulsante di un racconto tra sacro, collasso e rinascita

Il percorso parte da Napoli, città da sempre simbolo del presepe. Ma non si ferma qui: si collega anche al lavoro di Jimmie Durham, artista texano che nel 2016 ha creato un presepe oggi parte della collezione del Museo Madre. L’installazione diventa così un viaggio circolare, un continuo cambiamento, dove la tradizione si osserva trasformarsi.

La mostra mette in scena una convivenza fluida tra umani e non umani, in cui la vita fragile non svanisce col collasso ma anzi dà vita a nuovi legami. Il presepe si trasforma in un teatro di continuità e ibridazioni che superano la separazione tra specie, umanità e alterità. Il collasso non è più una fine, ma un punto di partenza per nuove forme di convivenza e rinascita.

“Ballroom” di Effe Minelli: la morte che balla tra eros e collettività

Tra le opere più intense c’è “Ballroom” di Effe Minelli, una stanza specchiata popolata da figure intrecciate in una danza macabra. Qui la morte entra con un erotismo inquietante, ispirato alle idee di Georges Bataille, che vedeva nell’erotismo un modo per affrontare solitudine e finitudine. Minelli costruisce una coreografia in cui i corpi si abbandonano alla morte, più come a un rito collettivo che a una resa passiva.

L’opera sfida le idee tradizionali di bellezza e potere, mettendo in scena un’umanità che si lascia attraversare, dissolvendo i confini tra bene e male, nascita e fine. La spada appesa, simbolo di conflitto e volontà, perde il suo senso di controllo, dissolvendosi nel flusso continuo delle forme di vita che ora si intrecciano senza barriere.

Andrea Bolognino e la nascita di vite invisibili

Andrea Bolognino si muove su un altro piano, raccontando una nascita plurale, che va oltre i limiti della biologia classica. Le sue opere mostrano micro-paesaggi e forme di vita invisibili singolarmente, ma visibili solo nel loro insieme. Così emerge una vita minima fatta di connessioni, in cui ogni piccolo elemento contribuisce alla complessità del tutto.

I materiali usati, spesso presi dal paesaggio urbano di Napoli, trasformano scarti e residui in elementi carichi di senso. Ne nasce un “falso presepe” in cui l’inorganico si anima e si intreccia con il biologico, proponendo una nuova visione del rapporto tra ambiente costruito e forme di vita. Questa trasformazione apre scenari di simbiosi e convivenza mai visti prima, confermando che anche la materia inanimata può diventare protagonista.

La casa-rifugio di Raffaela Naldi Rossano: rovina e spazio sociale

Raffaela Naldi Rossano porta in mostra un’installazione che riflette sull’abitare e su chi abita. La casa della nonna, trasformata nel tempo in luogo di sperimentazione e “ospitalità radicale”, diventa una rovina contemporanea. Nel Museo Madre, le sue pareti creano un confine parziale, invitando chi visita a riflettere su limiti e accessibilità di uno spazio.

Questa barriera diventa un temenos, uno spazio sacro e protetto, che fa pensare alle norme che regolano i nostri luoghi. Il lavoro intreccia temi di politica dello spazio, memoria e coesistenza. La parete che divide non è solo un ostacolo, ma una soglia da attraversare con cura, che racconta la complessità degli spazi contemporanei e il loro ruolo nella società.

Living Collapse: un quadro fluido di convivenza e cambiamento

A legare tutte queste opere c’è la capacità di offrire una visione complessa della contemporaneità. Living Collapse mostra ambienti in cui i confini tra specie, materiali, tempi e spazi si dissolvono. Le relazioni che si creano sono reali ma fragili, proprio come le vite che raccontano.

Ogni lavoro contribuisce a disegnare una convivenza che è pratica quotidiana e trasformazione continua. La mostra mette in luce come l’imprevisto e la complessità siano parte essenziale dell’esistenza oggi, opponendosi a modelli statici e perfetti. Forme di vita, città, rovine e materiali si intrecciano e si risignificano, dando vita a nuove storie in un tempo che non è più lineare ma intrecciato.

Il presepe, simbolo di nascita e rinascita, diventa così una rappresentazione viva di un ecosistema multispecie, specchio fedele di un mondo in cambiamento. Quello che cade può diventare punto di partenza per infinite nuove vite.

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