Due cavalli di bronzo, imponenti e maestosi, si stagliano in piazza Università a Catania, sfidando lo sguardo di chi passa. È l’estate del 2024 quando le sculture di Arturo Di Modica, l’uomo dietro il celebre toro di Wall Street, fanno il loro ingresso trionfale lungo via Etnea. Otto metri d’altezza, quattordici di larghezza: i bronzi sembrano quasi vivi, con muscoli tesi e zampe intrecciate, bloccati in un istante sospeso tra battaglia e armonia. Dalle radici siciliane a Vittoria, passando per Firenze e poi New York, la storia di Di Modica si dipana come un ponte tra due mondi: la tradizione italiana e l’energia americana, ora raccolti ai piedi dell’Etna in un’eredità scultorea imponente e vibrante.
Arturo Di Modica: dalle radici siciliane alla rivoluzione di Wall Street
Nato nel 1941 a Vittoria, in provincia di Ragusa, Di Modica ha mostrato fin da giovane una passione irrefrenabile per la scultura. Nonostante il padre non fosse d’accordo, il giovane Arturo non si è lasciato fermare e si è trasferito a Firenze per perfezionare la sua arte. Ma è a New York, negli anni Settanta, che ha scritto la sua pagina più celebre. Nel 1989 ha compiuto un gesto audace: senza alcun permesso, ha installato di notte un enorme toro di bronzo, 3,2 tonnellate di potenza, davanti alla Borsa di Wall Street. L’opera, chiamata Charging Bull, è stata subito rimossa dalla polizia, ma la reazione del pubblico è stata così forte da convincere le autorità a collocarla poco distante, a Bowling Green, dove ancora oggi attira folle di visitatori. Il toro è diventato un simbolo di forza e vigore economico, un’icona di New York seconda solo alla Statua della Libertà, come ricordava lo stesso scultore.
Quella mossa notturna non era solo un gesto artistico, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti: Di Modica voleva regalare alla città qualcosa di potente e spontaneo, come un dono sotto l’albero di Natale. Dietro quel toro di bronzo in movimento c’è il coraggio di sfidare le regole e le aspettative. Da allora, ha costruito la sua fama con opere monumentali che mantengono vivo il dialogo tra arte classica e spinta contemporanea.
Il cavallo rampante: una sfida tecnica e artistica che dura da secoli
Prima del toro, il cavallo rampante era il sogno di Di Modica, una sfida di equilibrio e forza che ha attraversato la storia dell’arte. Dalla tradizione italiana lo scultore ha ereditato una sfida tecnica complessa: sostenere un cavallo impennato su due zampe è uno degli esercizi più difficili nella scultura bronzea. Leonardo da Vinci aveva immaginato un monumento equestre per Francesco Sforza con un cavallo impennato, ma dovette abbandonare il progetto perché non riusciva a garantire la stabilità. Il modello in creta, alto oltre sette metri, venne distrutto nel 1499 durante l’arrivo dei francesi a Milano.
Nel Seicento, Pietro Tacca risolse il problema con il monumento a Filippo IV a Madrid, grazie anche al contributo scientifico di Galileo Galilei. Il cavallo reggeva il peso sulle zampe posteriori e sulla coda, un vero miracolo tecnico per l’epoca. Nel Novecento, Francesco Messina, anch’egli siciliano, ha lasciato un segno importante con il suo Cavallo morente, davanti alla sede Rai di Roma, evocando potenza e movimento in modo unico.
Fighting Horses: la nuova icona che domina Catania
I Fighting Horses di Di Modica riprendono questa tradizione millenaria e la portano oltre, togliendo la figura del cavaliere per concentrarsi solo sulla forza pura del cavallo. Realizzati nel 2019, questi due cavalli alti otto metri e larghi quattordici si sollevano sulle zampe posteriori e intrecciano quelle anteriori, come se fossero in lotta, ma più che combattersi sembrano sostenersi l’un l’altro. L’opera gioca sull’equilibrio dinamico, la tensione muscolare e il gesto plastico fermano un momento di mutua dipendenza. Il titolo “Fighting Horses” lascia aperta ogni interpretazione: conflitto, corteggiamento o semplice energia condivisa.
La composizione si regge su un gioco di diagonali e forze che sembra sfidare la gravità, mentre dialoga con gli edifici storici della piazza, tra Palazzo dell’Università e Palazzo San Giuliano. L’idea originale prevedeva un progetto ancora più ambizioso, i Wild Horses: due cavalli alti quaranta metri da collocare lungo le sponde dell’Ippari, vicino a Vittoria. Quel sogno non si è realizzato, ma il modello è arrivato nel cuore di Catania grazie all’impegno del sindaco Enrico Trantino e della vedova di Di Modica, Stefania Drago.
Il cavallo, simbolo di Catania tra storia e identità
A Catania il cavallo non è un’immagine nuova: è parte del folklore e della tradizione locale, persino della cucina. La città ha da sempre un carattere fiero, rappresentato storicamente dall’elefante di pietra lavica in piazza Duomo, ma il cavallo rampante coglie un altro lato: forza, resistenza, voglia di affrontare la vita senza rinunciare al proprio spirito indomito.
L’arrivo dei Fighting Horses in piazza Università ha acceso curiosità e dibattiti tra i cittadini, che li hanno accolti con quel mix di spirito critico e senso di appartenenza tipico di Catania. Diversamente dal toro di New York, comparso quasi per caso e senza permessi, i cavalli sono arrivati su invito ufficiale, ma il messaggio di forza e volontà non cambia. Non sono solo monumenti, ma testimonianze vive di un dialogo tra arte, memoria e energia vitale. Di Modica lo aveva detto chiaro, riferendosi al toro: “Il punto era che devi essere forte.” Finché resteranno lì, i cavalli continueranno a ricordarlo a chiunque passi e li guardi.
