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STLOPUN nelle Dolomiti: l’arte da vivere con tutti i sensi tra cultura, musica e sapori ladini

Redazione 23 Settembre 2026

Il 12 settembre 2026, sotto un cielo limpido che abbracciava le Dolomiti, San Martino in Val Badia ha accolto qualcosa di raro. Poco meno di cento persone si sono lasciate alle spalle la routine per immergersi in STLOPUN, un evento che ha rotto gli schemi. Non una semplice mostra, ma un intreccio vivo di arte, musica e tradizioni ladine. La Val dl’Ert, cuore pulsante dell’arte alpina, ha ospitato questa esperienza totale, nata dall’energia di SMACH, la Biennale Internazionale di Arte Contemporanea. Qui, il passato e il presente si sono mescolati, sfiorando l’anima.

Stlopun: quando SMACH dà voce a tradizioni e creatività ladina

Stlopun affonda le radici nella cultura e nell’arte contemporanea dell’arco alpino. Nato come esperimento pilota dal team di SMACH, sotto la guida di Michael Moling, promotore e ideatore, questo progetto racchiude molti elementi distintivi. Il nome stesso, “Stlopun”, richiama la tradizione ladina: significa “tappo” o “stoppaccio”, quel piccolo pezzo usato un tempo nei fucili ad avancarica, dal suono secco e deciso. Un termine carico di storia e festa, che sottolinea anche la dimensione conviviale e gioiosa dell’iniziativa.

L’evento ha voluto andare oltre la semplice esposizione d’arte, integrandola negli spazi aperti del Parco Permanente d’Arte, che ospita opere selezionate durante le biennali. L’esperienza è stata pensata per essere totale: camminare tra installazioni sparse lungo un percorso, gustare piatti tradizionali preparati da chef di talento e ascoltare musiche nate da strumenti non convenzionali. Un’occasione riservata a pochi, capaci di immergersi completamente in questa esperienza multisensoriale.

Tra installazioni, sapori e suoni: l’arte che si vive

Il percorso di San Martino non si è limitato alla vista delle opere, ma ha intrecciato emozioni e narrazioni. La prima tappa è stata dedicata alla pittura, con l’installazione “Fragile as a Rainbow” del duo cinese Xinge Zhang e Jiaqi Qiu. Un tunnel di tubi colorati, come un arcobaleno che parla di speranza e trasformazione.

Attraversare questa struttura è stato quasi un rito, un invito a lasciar andare pregiudizi e chiusure mentali. Il tema della fragilità, intesa come forza, ha trovato eco nel sottofondo sonoro curato da Max Castlunger, musicista che crea strumenti con materiali di recupero e elementi naturali. I suoni dolci e giocosi hanno dialogato con i colori dell’opera e con i vini proposti in degustazione, che hanno aggiunto un’ulteriore sfumatura narrativa a questa fragile ma intensa armonia.

La casa come radice e accoglienza: la ciasa che parla di memoria

La seconda tappa ha affrontato il tema profondo della “Heimat”, parola intraducibile che racchiude il senso di casa e radicamento. La “Ciasa” di Connor Mcnelly, una struttura minimalista, ha incarnato questo concetto. Un’architettura semplice e quasi infantile, che non riempie lo spazio ma lo rende vivo, trasformandolo in un luogo di accoglienza autentica.

Qui i partecipanti si sono raccolti attorno alla scultura, trovando rifugio. All’interno, lo strumento “Termosifone”, realizzato con pezzi di vecchi radiatori, ha prodotto suoni metallici e limpidi, simili a quelli di un’arpa. La performance ha unito passato e presente, accompagnando un momento di condivisione reso ancor più intimo dai piatti tradizionali preparati dagli chef, capaci di raccontare la storia e i sapori autentici delle Alpi.

Foresta Nera: l’arte che parla di ambiente e avvertimenti

Il viaggio è proseguito con “Foresta Nera” di Gaia Lionello, immersa nella vegetazione. L’opera si compone di 19 tronchi in vetroresina, dipinti di nero e tagliati a metà, disposti a triangolo sul terreno. Un’immagine forte e inquietante che richiama lo sfruttamento e l’inquinamento delle montagne, un monito che si insinua nella coscienza grazie alla materialità delle forme.

Tra i tronchi si nasconde un elemento speciale: il primo tamburo alpino realizzato con un tronco marcito, svuotato e trasformato per creare nuove vibrazioni. Il ritmo che ne nasce non segue la tradizione musicale locale, ma racconta il cambiamento e il ciclo continuo della natura. Un simbolo sonoro che sfida l’immobilismo e richiama con forza il rispetto per l’ambiente.

Terminus: pietre e confini, una riflessione sul limite

L’ultima tappa ha portato i visitatori davanti a “Terminus” di Stefano Cagol, una pietra in vetroresina integrata nel paesaggio. L’opera invita a riflettere sull’arbitrarietà dei confini fisici e culturali. La parola ladina “pera” indica le pietre che da sempre segnano i confini nelle montagne, ma qui la “pera” è finta, simbolo dell’artificiosità delle divisioni create dall’uomo.

A completare l’installazione, uno strumento musicale ideato da Max Castlunger con pietre di scisto del Passo delle Erbe. Le pietre, cadute o frantumate, sono state adattate per produrre suoni profondi e inaspettati. Un lavoro che mette in luce l’equilibrio tra natura e trasformazione culturale, suggerendo un’armonia possibile senza forzature o barriere.

Cena attorno al fuoco: sapori antichi e convivialità sostenibile

La giornata si è chiusa con una cena intorno al fuoco, allestita in un maso tradizionale. Il tramonto ha sfumato la luce intensa dell’altitudine, mentre i tavoli, realizzati con legno riciclato dalla tempesta Vaia del 2018, hanno lanciato un messaggio chiaro di rispetto per l’ambiente.

I tre chef, Jan Clemens Wieser, Paul Halmagean e Mattia Degli Innocenti, hanno proposto piatti legati alla tradizione locale, preparati con tecniche antiche e presentati con cura. La musica di sottofondo e il suono dei campanacci hanno accompagnato ogni portata, creando un’atmosfera di festa e condivisione. Oltre cento persone si sono sedute attorno a una tavola unica, fondendo musica, gusto e la bellezza della convivialità di montagna. Un rito ancestrale, tra arte e natura, che ha chiuso un evento destinato a lasciare un segno profondo.

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