Quando Kandinskij, Klee e Malevič hanno rivoluzionato l’arte all’inizio del Novecento, hanno riscritto anche il modo in cui guardiamo il mondo intorno a noi. Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, diventa il luogo dove questo cambiamento prende vita, dal 14 novembre 2026 al 14 marzo 2027. Le porte dell’invisibile non è solo una mostra: è un viaggio che attraversa arte, filosofia e scienza, intrecciando la potenza dell’astrazione con le profonde riflessioni spirituali di Pavel Florenskij. Quadri provenienti da musei europei e collezioni private dialogheranno con musica dal vivo e incontri che sondano la linea sottile tra ciò che vediamo e ciò che resta nascosto, tra la materia e l’invisibile. Palazzo Magnani apre così uno spazio dove il passato si mescola al presente, in un’esperienza che sfida ogni confine.
Spazio e immagine: un viaggio tra arte e pensiero nel Novecento
La mostra si inserisce in un filone già avviato da Palazzo Magnani, che nel passato ha ospitato eventi dedicati a M.C. Escher e Piero della Francesca . Al centro resta la domanda su come le immagini modellano lo spazio e cambiano il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che sfugge all’occhio. Dietro la curatela ci sono Roberto Cresti, Emilio Ferrario e Valentina Parisi, supportati da un comitato scientifico di alto livello, con nomi come John Bowlt e James Bradburne. Tra i prestiti più importanti figurano lavori dal Zentrum Paul Klee di Berna e dalla Collezione Costakis di Salonicco. Il progetto si arricchisce inoltre di iniziative collaterali con l’INFN, l’Università di Modena e Reggio Emilia e la biblioteca teologica locale, dando voce anche agli aspetti scientifici e comunitari. A completare il quadro, la musica con Soli Deo Gloria – organi, suoni e voci della città, diretta da Renato Negri, che crea un ponte tra immagini e suoni, rafforzando l’idea di una soglia tra realtà tangibile e invisibile.
Pavel Florenskij, mente geniale tra scienza, arte e fede
Al centro della mostra c’è Pavel Aleksandrovič Florenskij, nato nel 1882 nell’attuale Azerbaigian e vittima della repressione sovietica con la sua fucilazione a Mosca nel 1937. Conosciuto come il “Leonardo russo”, Florenskij si muoveva con disinvoltura tra matematica, fisica, filosofia, teologia e teoria dell’arte, fondendo questi mondi in un’unica visione. Per lui il visibile non è tutta la realtà: materia, simbolo e trascendenza sono legati in modo indissolubile. Dopo aver studiato all’Università di Mosca e all’Accademia teologica, nel 1911 fu ordinato sacerdote ortodosso. Collaborò con i VChUTEMAS di Mosca, i laboratori tecnico-artistici dello stato, dove sviluppò un metodo per analizzare lo spazio nell’arte che univa matematica, fisica, psicologia ed estetica.
Arrestato nel 1933, finì nel campo delle isole Solovki, dove non smise di studiare e di scrivere alla famiglia. Solo negli anni ’90, con l’apertura degli archivi del KGB, si è potuta ricostruire la sua tragica fine. Il suo pensiero supera la tecnica artistica per toccare la metafisica e la scienza, offrendo una lettura dello spazio e dell’immagine in cui tempo e spiritualità hanno un peso reale.
La prospettiva rinascimentale sotto accusa: la nuova visione dello spazio
Florenskij ha messo in discussione la prospettiva rinascimentale, descrivendola come una costruzione convenzionale basata su un unico punto di vista geometrico. Per lui questa prospettiva tradizionale imprigiona il reale in un ordine razionale troppo limitato. In alternativa propone la prospettiva inversa delle icone ortodosse: qui le linee si aprono verso chi guarda, creando una profondità che non si perde in lontananza ma si espande simbolicamente verso altri mondi.
Questa “imperfezione” è voluta, serve a rappresentare una realtà non fisica, ma spirituale. La tridimensionalità è solo una parte della realtà, che comprende anche una quarta dimensione legata al tempo e al simbolismo. L’opera d’arte deve spingere oltre la percezione ordinaria, andando verso l’invisibile.
Il suo pensiero nasce in un’epoca di grandi scoperte scientifiche: dalla teoria della relatività di Einstein alle geometrie non euclidee di Riemann, fino all’infinito di Cantor. Arte e scienza si ritrovano così a condividere un terreno di ricerca rivoluzionario, come al Bauhaus e nei VChUTEMAS di Mosca. Florenskij, però, mantiene una posizione critica rispetto alle avanguardie più radicali, pur condividendo il rifiuto del naturalismo e l’urgenza di nuove forme espressive.
Kandinskij: il colore diventa energia, lo spazio si fa invisibile
Una tappa fondamentale della mostra è dedicata a Vasilij Kandinskij, pioniere dell’arte astratta moderna. Per lui il colore smette di descrivere e diventa un’energia autonoma, un ponte tra ciò che vediamo e ciò che non vediamo, tra la realtà sensibile e quella spirituale. Le sue opere abbandonano la rappresentazione naturalistica per costruire spazi dinamici e stratificati, come quinte che si sovrappongono all’infinito.
Questa rivoluzione cromatica e spaziale fa dialogare il suo lavoro con le icone russe, animate da una simbologia ortodossa profonda. Nonostante le differenze, astratto e iconico condividono un’idea dello spazio governata da forze spirituali più che da leggi ottiche. Kandinskij trasforma questa immagine in forme visive che stimolano una visione che va oltre l’atto fisico, diventando esperienza interiore.
Paul Klee, l’astrazione che racconta storie di forme e colori
Il percorso prosegue con Paul Klee, la cui pittura fa dell’astrazione una narrazione poetica senza fine. Le sue forme geometriche e i segni emergono come germogli dentro l’immagine. Klee si muove sul confine tra realtà, gioco e immaginazione, cercando di ricostruire i processi originari della forma.
Nel suo lavoro, Klee è il “bambino eterno” che reinterpreta le regole del disegno per creare nuovi legami tra segno, colore e spazio. Il confronto con le icone russe mette in luce la dimensione lirica e narrativa dei suoi dipinti, che attraverso la semplicità formale arrivano a esprimere sentimenti profondi e universali.
Malevič e l’astrazione assoluta
L’ultima parte della mostra è dedicata a Kazimir Malevič, maestro del suprematismo e dell’astrazione più pura. Nei suoi quadri, forme geometriche semplici — quadrati, croci, rettangoli — si liberano da ogni funzione descrittiva per costruire uno spazio mentale autosufficiente.
Per Malevič la tela è un’entità autonoma, una presenza che vive di vita propria, senza bisogno di riferimenti esterni. Opere di Ivan Kljun e Ljubov’ Popova accompagnano questo percorso, evidenziando la varietà di ricerche nel suprematismo e il loro legame con la spazialità delle icone medievali. La mostra ricostruisce così un panorama ricco di approcci che rispecchia le teorie di Florenskij.
Le icone russe, memoria di uno spazio spirituale invisibile
Accanto a Kandinskij, Klee e Malevič, Palazzo Magnani espone una selezione di icone russe tra il XV e il XVIII secolo, provenienti dalla collezione di Banca Intesa di Vicenza. Queste opere rappresentano un modo diverso di concepire spazio e immagine, alla base dell’arte sacra ortodossa.
All’inizio del Novecento questa tradizione tornò a influenzare molti artisti moderni, che ne riconobbero la complessità visiva fatta di gerarchie simboliche e geometrie non realistiche. Secondo Florenskij, l’icona è un ponte tra mondi visibili e invisibili, un luogo di incontro tra realtà terrena e dimensione spirituale. Questo legame si coglie chiaramente nel confronto tra iconografia antica e contemporanea.
Digitale e immersività: l’arte che si tocca con mano
Al piano terra di Palazzo Magnani, il visitatore troverà uno spazio interattivo curato da Luigi Grasselli e James Bradburne. Qui, installazioni fisiche, realtà virtuale e strumenti digitali permettono a scuole, famiglie e pubblico di sperimentare i principi geometrici e percettivi della mostra. L’idea riprende quella della storica mostra Mathematica di Charles e Ray Eames del 1961, famosa per la sua capacità di rendere accessibili e coinvolgenti concetti scientifici.
Una sezione realizzata con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare propone la sala immersiva Curvare lo spazio. Qui la teoria della curvatura dello spazio si trasforma in un’esperienza sensoriale diretta, passando da concetti astratti a immagini e suoni coinvolgenti. L’installazione unisce le intuizioni filosofiche di Florenskij con i progressi della fisica moderna, mostrando come arte, scienza e filosofia si intrecciano nel fermento culturale del primo Novecento.
