«La pittura è morta». Quante volte lo abbiamo sentito? Eppure, negli angoli più vivi degli atelier italiani, qualcosa ribolle ancora. Giovani artisti, con mani e occhi capaci di intrecciare passato e presente, stanno riscrivendo le regole di un’arte che pareva destinata a scomparire. Tra loro, Vittorio Valiante, napoletano classe ’91, si distingue per un percorso che sfida le contraddizioni del nostro tempo. Usa materiali poveri e vernici industriali, in un gioco di contrasti tra l’emotività umana e la freddezza digitale. La sua pittura racconta una lotta tra fragilità e progresso incerto, un dialogo che va oltre la tela.
Valiante definisce il suo lavoro come uno spazio dove si intrecciano materiali di scarto e una sensibilità che cerca di farsi largo in mezzo all’algoritmo e alla sua freddezza. La pittura diventa così uno specchio della società di oggi, fragile e instabile. Usa idropittura, olio e li stende su supporti non convenzionali, come pannelli OSB o MDF. Il risultato è un’immagine che si costruisce e cade allo stesso tempo. Il suo percorso non segue un piano rigido, ma è fatto di continui cambiamenti, sempre in bilico tra limiti e imperfezioni umane. La fatica di tradurre sensazioni in forme e colori racconta bene l’incertezza del presente. Il suo lavoro non è mai fermo, cammina su un filo sottile tra controllo tecnico e caos creativo.
Valiante ha iniziato a dipingere da ragazzo, intorno ai quindici anni, copiando un’opera classica: “La principessa di Broglie” di Ingres. Con una tavolozza limitata a blu e bianco, la sua mano giovane ha sperimentato con intensità e istinto. Quell’esperienza ha segnato l’inizio di un percorso che mette in discussione il rapporto tra tecnica tradizionale e modernità. Tra i suoi riferimenti ci sono Rembrandt e la scuola macchiaiola di Napoli, punti fermi della tradizione italiana di inizio Novecento. Tra gli artisti contemporanei segue con attenzione Agostino Arrivabene, la cui poetica si avvicina molto al livello emotivo e concettuale che caratterizza la sua ricerca.
Al centro del lavoro di Valiante c’è la riflessione sul progresso tecnologico e sociale, visto come fragile e precario. La sua pittura rappresenta un equilibrio instabile dove l’individuo si trova intrappolato tra crescita e decadenza. Nasce così un’immagine fatta di contraddizioni: elementi che si ergono ma subito svaniscono, simboli di una realtà fragile dentro. Questo tema emerge con urgenza, perché racconta la crisi del presente, l’insicurezza diffusa e la difficoltà di orientarsi tra dati e emozioni. L’opera non dà risposte definitive, ma mostra le tensioni costanti che attraversano la vita di oggi.
Valiante lavora soprattutto con idropittura e olio su superfici non tradizionali come pannelli di legno laminato, truciolare o OSB, materiali spesso considerati di serie B. Questa scelta sottolinea la sua ricerca di un linguaggio autentico, lontano da una perfezione artificiale e fredda. Il colore e la materia sono al centro del suo metodo creativo. L’artista mette in dialogo la dimensione tattile e visiva, privilegiando la manualità e la fisicità della pittura. A differenza di molti colleghi, Valiante non usa strumenti digitali o intelligenza artificiale. Vuole così ribadire i limiti dell’essere umano, in contrasto con la precisione e la freddezza dell’algoritmo, mettendo in luce uno scontro ma anche un possibile punto di incontro tra naturale e tecnologico.
Per Valiante, il momento chiave nella realizzazione di un’opera è quando si rompe l’ordine, quando emerge il caos dentro una composizione che sembra invece controllata. Anche con una solida preparazione tecnica, lascia spazio all’azione spontanea e a volte disturbante. Questo dà respiro all’opera e lo aiuta a superare il bisogno di controllo ossessivo. La realtà emotiva è complessa: l’esperienza personale e collettiva si mescolano in uno stato simile al sonno REM, dove la memoria si perde un po’ e la visione diventa sfocata, quasi onirica. L’opera prende forma proprio nelle zone d’incertezza, dove ricordi, sensazioni e inconsapevolezza si intrecciano, diventando una traccia tangibile di queste tensioni.
Valiante non decide mai razionalmente quando un’opera è finita. La sente conclusa quando si esaurisce la tensione emotiva, quando il lavoro non crea più disagio dentro di lui. Terminare un quadro è quindi una questione di soglia psicologica più che tecnica. In mostre collettive come “Ensemble”, il senso delle sue opere cambia: si inseriscono in un dialogo corale, trasformando la sua ossessione per i limiti umani in un messaggio condiviso, più forte e articolato. Questo scambio con altre voci fa diventare la sua pittura parte di un discorso più ampio e necessario, dimostrando che la pittura è viva e sa adattarsi nel panorama artistico di oggi.
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