A Los Angeles, a 91 anni, si è spenta Simone Forti, una figura che ha rivoluzionato il mondo della danza postmoderna. Nata a Firenze nel 1935, lasciò l’Italia in giovane età per sfuggire alle persecuzioni razziali del fascismo. Qui, negli Stati Uniti, trasformò il concetto stesso di movimento performativo, aprendo strade nuove e inattese. La notizia è arrivata dalla Galleria Raffaella Cortese, che la rappresentava dal 2018. Con la sua morte, si chiude un capitolo decisivo nella storia dell’arte contemporanea.
Dalle difficoltà all’esplosione creativa di New York: la vita di una donna che ha cambiato la danza
Simone lascia l’Italia nel 1938, quando le leggi razziali fasciste rendono impossibile una vita normale per la sua famiglia ebrea. Attraversa Svizzera e Francia prima di arrivare negli Stati Uniti: un viaggio che segna il primo gesto di movimento, fisico e simbolico, della sua esistenza. Questa perdita di radici, questa fuga, lascerà un’impronta profonda nella sua sensibilità, fatta di oscillazioni continue tra stabilità e trasformazione.
Dopo un breve passaggio al Reed College, si trasferisce a San Francisco e inizia a lavorare con la coreografa Anna Halprin. È l’inizio di un approccio sperimentale che mette al centro il corpo e l’improvvisazione, elementi che diventeranno la cifra distintiva di Forti e che metteranno in discussione i canoni tradizionali della danza.
Nel 1959 arriva a New York con il marito Robert Morris e si immerge subito nella vivace scena artistica del downtown, dove minimalismo, performance e musica sperimentale si mescolano alle avanguardie più audaci. Qui nascono le sue Dance Constructions , opere che rompono con la danza virtuosa tradizionale, usando strutture semplici e oggetti di uso quotidiano. Questi lavori non solo cambiano il modo di vedere il movimento, ma reinventano il rapporto tra corpo e spazio, anticipando la danza postmoderna.
A Roma tra animali e natura: un’esperienza che cambia il suo sguardo sul movimento
Tra il 1968 e il 1969 Forti vive a Roma, dove crea gli Animal Studies, una serie di performance e disegni nati tra gli spazi de L’Attico e lo zoo della città. Qui mette a confronto i comportamenti umani e quelli degli animali, spingendo a riflettere su cosa sia movimento intenzionale e cosa invece spontaneo.
Il corpo diventa una metafora per esplorare il legame tra uomo e ambiente, un dialogo fatto di azioni e gesti che sfidano la centralità dell’uomo nel mondo. Tornata negli Stati Uniti, insegna al California Institute of the Arts, trasformando le sue lezioni in laboratori di improvvisazione. Qui forma una nuova generazione di performer, insegnando non solo tecniche ma anche una filosofia del movimento fondata sull’esplorazione continua.
Logomotion e le performance degli ultimi anni: il corpo che racconta il presente
Negli ultimi decenni Forti ha continuato a spingere i confini del movimento, mantenendo uno sguardo lucido sulla realtà intorno a lei. La pratica del Logomotion nasce dal corpo delle News Animations, che prende ispirazione dalle notizie quotidiane per costruire improvvisazioni cariche di significato.
Le sue performance trasformano il movimento in un linguaggio critico, facendo delle notizie un materiale visivo e fisico per indagare le contraddizioni del mondo contemporaneo. Nel 2016, insieme a Yvonne Rainer e Steve Paxton, ha dato vita a Tea for Three, un dialogo artistico nato da decenni di sperimentazione condivisa.
Spesso accostata al Judson Dance Theater e alla Minimal Art, Simone ha sempre preferito definirsi “movement artist”. Una definizione che racchiude una pratica che sfugge alle etichette e supera i confini disciplinari, aprendo nuove strade nel rapporto tra corpo, spazio e linguaggio.
Riconoscimenti e retrospettive: un’eredità riconosciuta in tutto il mondo
Negli ultimi anni il lavoro di Simone Forti ha ricevuto sempre più attenzione dalle istituzioni culturali di rilievo. Nel 2014 il Museum der Moderne di Salisburgo le ha dedicato la retrospettiva Thinking with the Body, sottolineando la sua centralità a livello internazionale. Nel 2018 il Museum of Modern Art di New York ha inserito le sue opere nella mostra Judson Dance Theater: The Work Is Never Done, riconoscendo il suo ruolo nella rivoluzione coreografica.
Nel 2023 il Museum of Contemporary Art di Los Angeles ha ospitato una sua ampia personale, mentre la Biennale di Venezia le ha conferito il Leone d’Oro alla carriera per la Danza, un premio che celebra l’impatto duraturo del suo lavoro sulle arti contemporanee.
Fino agli ultimi anni Forti ha mantenuto un dialogo aperto con le nuove generazioni di artisti e performer, conservando quella vitalità che l’ha resa una protagonista imprescindibile del panorama culturale globale. La sua eredità continua a influenzare profondamente il modo in cui si pensa e si pratica il movimento nell’arte e nello spettacolo.
