A Salina, a 67 anni, si è spenta Lucia Scalise, una protagonista silenziosa ma decisiva dell’arte sperimentale napoletana degli anni Ottanta e Novanta. Lo Studio Scalise, sotto la sua guida, non era solo uno spazio espositivo: era un laboratorio pulsante, un crocevia di idee e contaminazioni. Chi ha attraversato quegli anni ricorderà un luogo in perenne mutamento, dove le opere rompevano gli schemi tradizionali e dialogavano con l’ambiente circostante, dando vita a mostre che ancora oggi restano impresse nella memoria collettiva.
Studio Scalise: la galleria che cambiò Napoli
Nata nel 1988 in via Posillipo, lo Studio Scalise si impose subito come un laboratorio di sperimentazione. Non una semplice galleria, ma un luogo dove l’arte si mescolava allo spazio, diventandone parte integrante. Qui gli artisti lavoravano con materiali insoliti e puntavano a far interagire le opere con l’ambiente circostante. La galleria stessa era continuamente reinventata, adattata alle esigenze di ogni progetto.
Tra i protagonisti di quegli anni ci sono Cesare Accetta, Marisa Albanese, Per Barclay, Luigi Battisti e Felice Levini, solo per citarne qualcuno. Le mostre sfuggivano ai canoni tradizionali: il pubblico veniva invitato a muoversi in spazi trasformati, a vivere le opere in modo immersivo. Nel 1988, per esempio, Per Barclay utilizzò olio scuro sul pavimento creando superfici liquide che riflettevano la vista sul golfo, dissolvendo i confini tra dentro e fuori.
L’anno dopo Barclay tornò con un intervento ancora più ambizioso: vasche d’acqua a ricircolo continuo che moltiplicavano lo spazio architettonico della galleria. Non si trattava solo di esporre, ma di rivoluzionare l’esperienza del visitatore. Nel 1990 Marisa Albanese portò avanti questa linea con un’installazione che richiese allestimenti complessi, tra cui un ascensore per modificare lo spazio, coinvolgendo i sensi e proponendo una fruizione libera e non lineare.
Napoli, gli anni di fermento e sperimentazione
In quegli anni la città si affermò come un polo d’attrazione per l’arte contemporanea, anche grazie a spazi come quello di Scalise. Il clima culturale era vivace, alimentato da figure come Lucio Amelio e Lia Rumma, dalla nascita di nuove gallerie e dalla scoperta di giovani talenti.
Lucia Scalise mantenne sempre una posizione autonoma e rigorosa, lontana dai riflettori mondani e dalle mode. La sua galleria fu un laboratorio dove si mettevano alla prova forme complesse, al di là delle categorie tradizionali di pittura e scultura. La mostra Banana di Felice Levini nel 1993 resta un esempio di quell’intensità e originalità.
Nel 1994 Scalise accettò la direzione di Theoretical Events, nuovo spazio in piazza del Gesù Nuovo promosso da Guido Cabib e Massimo Lauro. L’esperienza durò poco, segnando l’inizio di un progressivo allontanamento di Scalise dal circuito pubblico.
L’addio di Lucia Scalise alla scena artistica napoletana
Dopo la breve esperienza con Theoretical Events, Lucia Scalise decise di ritirarsi completamente dal mondo dell’arte. Pur mantenendo rapporti con pochi amici e collaboratori, come Lino Fiorito e Giancarlo Savino, condusse una vita riservata, lontana da eventi e dinamiche di sistema.
Il suo contributo, però, resta indelebile. Le mostre organizzate in via Posillipo continuano a raccontare un’epoca in cui quella galleria era un luogo di ricerca intellettuale e sperimentazione tecnica, pronta a rischiare con opere complesse, non sempre facili da accogliere dal mercato.
Con la sua scomparsa si chiude un capitolo importante dell’arte napoletana: quello segnato da una donna discreta ma decisiva, capace di trasformare uno spazio espositivo in un laboratorio di idee e di costruire una visione innovativa dell’arte.
