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Mostra a Treviso sfida l’idea di confine: tra prigioni e libertà di movimento alle Gallerie delle Prigioni

Redazione 25 Luglio 2026

Varcata la soglia delle Gallerie delle Prigioni di Treviso, si capisce subito che un confine non è mai solo una linea su una carta geografica. In questo ex carcere, il silenzio parla di divisioni imposte, barriere invisibili e regole spesso ingiuste che limitano la libertà di movimento. Le opere esposte costringono a guardare da vicino le tensioni geopolitiche e sociali del nostro tempo. Ci sono storie di chi resta ai margini, intrappolato tra geografia e burocrazia, e di chi invece si muove quasi senza ostacoli, come se fosse un privilegio. Il contrasto tra il luogo scelto e i temi affrontati rafforza l’idea che il confine è una costruzione sociale complessa, sfuggente. Tra installazioni multimediali, mappe contaminate e racconti tessili, emerge un racconto corale di restrizioni e resistenze, con al centro le persone che attraversano – o vorrebbero attraversare – queste linee di demarcazione.

“Lines, Loops, Leaks”: la mostra che mette a nudo le divisioni globali

A Treviso, la Fondazione Imago Mundi ha aperto una mostra dal titolo chiaro e diretto: Lines, Loops, Leaks. Fino al 2 agosto 2026, nelle Gallerie delle Prigioni, si possono vedere opere di artisti provenienti da tutto il mondo. Curata da Mattia Solari, la mostra scava a fondo nelle polarizzazioni nazionaliste e nelle loro conseguenze sulle persone. I confini nazionali non sono più solo linee su una cartina, ma strutture cariche di storie, potere e contraddizioni. Diversi linguaggi artistici si intrecciano per mostrare come queste divisioni siano spesso arbitrarie e manipolate da chi detiene il potere, condizionando chi può muoversi e chi invece resta bloccato.

L’obiettivo è mettere in luce l’ingiustizia nascosta dietro alle restrizioni di movimento legate a nazionalità, passaporti o identità, aprendo un dibattito critico su sovranità, appartenenza ed esclusione. Gli artisti riflettono su come il confine funzioni da filtro: decide chi può circolare liberamente e chi invece resta “incatenato” a un posto. Così si legge la mobilità globale non come un diritto di tutti, ma come una gerarchia regolata da leggi e narrazioni di potere.

Contare per resistere: la performance di Filippo Berta

Entrando in mostra, l’installazione One by One di Filippo Berta colpisce subito. È una performance collettiva che si è svolta lungo alcuni confini tra Stati Uniti e Messico e tra le due Coree. L’artista ha coinvolto le comunità locali nel contare ad alta voce le punte di filo spinato che compongono le recinzioni. Non è un semplice conteggio, ma un gesto che rallenta il ritmo incalzante della realtà, trasformando il numero in un canto collettivo fatto di lingue e accenti diversi.

Questo suono mette a nudo la violenza silenziosa delle barriere fisiche e simboliche. Ogni punta di filo spinato è un ostacolo concreto voluto dallo Stato per controllare i movimenti. Le voci sovrapposte diventano testimonianza di una resistenza e della complessità sociale che si muove intorno a queste strutture. Berta sottolinea come queste infrastrutture siano spesso eccessive rispetto alle reali esigenze, frutto di scelte politiche che mirano più a limitare la mobilità che a gestire emergenze.

Passaporti a confronto: la piramide di Reena Saini Kallat

Tra le opere più forti c’è Pattern Recognition di Reena Saini Kallat, un collage visivo che mette in fila la libertà di movimento garantita dai vari passaporti nel mondo. L’opera è composta da 29 stampe d’archivio su carta pregiata, che mostrano una piramide fatta di mappe nazionali. In cima c’è il Giappone, simbolo di mobilità quasi senza limiti; in fondo ci sono paesi come lo Yemen e la Siria, spesso ostacolati da restrizioni severe.

Questa piramide denuncia come la geopolitica si traduca in barriere concrete che decidono chi può passare e chi resta fermo. Le differenze negli accessi ai viaggi rivelano un sistema diseguale, segnato da disparità economiche e razziali. Qui la mobilità globale diventa lo specchio delle ingiustizie di potere e dell’arbitrarietà dei controlli statali.

Tessuti di fuga e identità negate: il racconto di Małgorzata Mirga-Tas

Tra le storie più toccanti c’è l’opera tessile di Małgorzata Mirga-Tas, Przytradle Kola Manusia So Przedzidzile . L’artista riprende un racconto di guerra: due giovani donne rom, senza documenti e costrette a usare false identità, attraversarono un confine per sfuggire a un campo di concentramento nazista. Il loro salvataggio, avvenuto grazie a un’operazione umanitaria svedese, diventa simbolo degli spazi stretti di sicurezza riservati solo a chi può nascondere la propria origine.

La narrazione di Mirga-Tas mette in luce la disparità nell’accesso alla libertà e alla sopravvivenza. Le identità nascoste delle donne denunciano le gerarchie razziali e burocratiche che decidono chi può muoversi e chi resta escluso. Il tessuto dell’opera diventa così una mappa emotiva e politica degli spazi negati, un luogo di memoria e rivendicazione.

La mappa che cambia forma: l’installazione di Shilpa Gupta

Un’altra opera che fa riflettere è Map Tracing #9 – IT di Shilpa Gupta. Qui un tubo di rame ricostruisce il contorno dell’Italia, ma con una svolta: la forma si deforma e si fa tridimensionale, cambiando a seconda di dove ti metti a guardarla. Questa instabilità dà corpo a un’idea chiave: i confini non sono fissi, ma costruzioni mutevoli.

Chi osserva può sperimentare di persona la relatività delle divisioni geopolitiche e capire che la loro “verità” non è mai assoluta. Gupta smaschera il confine come dato di fatto e ci ricorda che le mappe sono strumenti di potere, creati per sostenere legittimità e consenso. La mostra mette così al centro il confine come terreno di negoziazione, non come barriera invalicabile, e mette in discussione la natura e la durata delle linee disegnate sulle carte.

Il confine come spazio vivo: la visione di Chiara Brambilla

L’antropologa Chiara Brambilla, con un suo contributo visivo e scientifico, aiuta a capire il confine come “borderscape”. Con questo termine sposta l’attenzione dal confine inteso come linea netta a un luogo vivo e conteso, modellato da due forze opposte. Da un lato ci sono regimi estetici – arte, memoria, vissuto; dall’altro, regimi politici – legge, controllo, imposizione.

Questa doppia dinamica mostra che il significato del confine non è mai uno solo né definitivo. Nasce dall’intreccio continuo di pratiche, discorsi e rappresentazioni, dove le narrazioni nazionali cercano di stabilire appartenenze e identità. Brambilla ci ricorda che la linea che vediamo non racconta tutto, ma è solo il risultato di processi complessi e spesso contraddittori.

In fondo, la mostra alle Gallerie delle Prigioni rilancia il confine in una luce nuova: non un dato fisso e immutabile, ma una realtà da smontare, ripensare e forse superare. Grazie all’arte, si aprono nuove possibilità di dialogo critico sulla mobilità e sulle ingiustizie che la accompagnano, invitandoci a guardare oltre le linee tracciate dalle autorità.

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