Frida Kahlo non è mai stata solo un’icona dell’arte messicana: è un simbolo che infiamma passioni e dispute ben oltre i confini dell’estetica. Negli ultimi mesi, una collezione privata che custodisce molte delle sue opere, insieme a quelle di altri grandi artisti del Novecento messicano, è finita al centro di un acceso scontro. Musei, collezionisti, attivisti e il mercato internazionale dell’arte si sono trovati coinvolti in una battaglia legale che solleva questioni cruciali: chi ha il diritto di portare queste opere all’estero? E quale valore dare alla tutela della memoria artistica nazionale? La disputa non riguarda solo quadri, ma identità, storia e potere.
A New York, fino al 12 settembre 2024, il MoMA ospita “Frida and Diego: The Last Dream”, una mostra che mette sotto i riflettori la vita e l’eredità artistica di Kahlo e Rivera. L’evento rilancia l’interesse mondiale per la coppia e le loro opere, mentre in Messico la loro casa storica è stata messa in vendita per 8 milioni di dollari, a testimonianza del valore culturale che portano con sé. Ma è proprio in Messico che la situazione si fa più complessa, con un nodo cruciale legato alla destinazione delle opere d’arte.
Nelle ultime settimane, il gruppo Defendamos la Colección Gelman ha presentato tre ricorsi contro l’Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura , mettendo in dubbio la validità delle autorizzazioni concesse per trasferire in Europa una collezione di grande valore. La Collezione Gelman Santander, creata dal produttore Jacques Gelman e da sua moglie Natasha Zahalka, comprende 161 opere di Frida Kahlo, Diego Rivera, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros e María Izquierdo. Dopo vari passaggi di mano, nel 2023 la gestione è passata alla Fondazione Banco Santander, con un accordo quinquennale che punta a promuovere e far conoscere queste opere a livello internazionale. Il problema è che circa 30 di questi lavori sono considerati “monumenti artistici” dalla legge messicana, con regole molto rigide sul loro trasferimento all’estero.
Chi si oppone sostiene che la permanenza delle opere in Europa, prevista fino al 2030, sia troppo lunga rispetto ai limiti normalmente concessi dall’INBAL. Questo ha scatenato critiche e mobilitazioni, mettendo in evidenza la differenza tra la tutela riservata al patrimonio archeologico e quella concessa alle testimonianze del modernismo artistico nazionale.
Decine di esperti, tra storici dell’arte, curatori e operatori culturali, hanno firmato una lettera aperta indirizzata alle autorità messicane. Denunciano la scarsa trasparenza e le contraddizioni di una politica culturale che da un lato lotta per riportare in patria reperti archeologici esportati illegalmente, dall’altro consente l’esportazione temporanea di opere chiave dell’arte moderna messicana. I due quadri più celebri della collezione Gelman, “Autoritratto con scimmie” e “Diego nella mia mente” di Kahlo, sono tornati in Messico dopo quasi vent’anni, esposti al Museo de Arte Moderno di Città del Messico prima di partire per la Spagna.
La mostra itinerante partirà dal Faro Santander in Spagna, per poi spostarsi alla Fondation Beyeler di Basilea e al Museo Nazionale della Norvegia, con un rientro previsto in Messico nel 2028 al Museo de Arte Contemporáneo de Monterrey. Le preoccupazioni non riguardano solo la durata dell’assenza, ma anche il rischio che opere così preziose possano perdersi definitivamente per il Paese.
L’Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura ha respinto ogni allarme sull’esportazione prolungata, sottolineando che l’accordo con Banco Santander riguarda solo attività di ricerca, conservazione e promozione culturale all’estero. Non è previsto alcun trasferimento di proprietà o vendita a enti stranieri. Banco Santander ha confermato di rispettare la legge messicana e di garantire il ritorno delle opere entro i termini stabiliti.
Nonostante queste rassicurazioni, il clima resta teso. Il collettivo Defendamos la Colección Gelman denuncia una forte mancanza di trasparenza, lamentando l’assenza di accesso a documenti ufficiali come permessi e accordi. Francisco Berzunza, fondatore del gruppo, sostiene che “il governo non ha fornito spiegazioni chiare, alimentando sospetti su una legge troppo flessibile che potrebbe permettere una lunga assenza delle opere dal Messico”.
Il dibattito si è fatto acceso anche sul piano politico. Berzunza parla di presunte minacce e ritorsioni verso i membri del collettivo, con cancellazioni di incarichi, tagli ai finanziamenti e campagne intimidatorie sui social. In questo clima, la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha cercato di rassicurare la popolazione, invitando a non lasciarsi travolgere dall’allarme e assicurando che il patrimonio nazionale non è in pericolo.
Il problema va oltre i singoli quadri o collezioni: mette in gioco l’equilibrio tra la protezione del patrimonio culturale e la sua apertura al mondo attraverso mostre e mercati internazionali. Toccherà ai tribunali messicani fare chiarezza su un caso che può segnare una svolta nella politica artistica del Paese. Nel frattempo, la Collezione Gelman si prepara alla sua tournée europea, sotto lo sguardo attento di studiosi, attivisti e appassionati d’arte messicana.
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