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Rachel Youn a Venezia: le sculture cinetiche che sfuggono al controllo e sabotano la società dei consumi

Otto anni fa Rachel Youn ha smontato un massaggiatore elettrico, spinta dalla semplice curiosità di capire come funzionasse. Quel gesto, apparentemente banale, ha dato il via a un viaggio creativo senza ritorno. Tra piante finte e vecchi apparecchi abbandonati, ha dato vita a sculture cinetiche che sembrano muoversi da sole, con un’energia irregolare e quasi anarchica. Ora, nella suggestiva cornice della Scuola Piccola Zattere a Venezia, la sua mostra Unruly Vessel intreccia arte e storia. L’ispirazione? I manicomi di San Servolo e la pubblica fusta, la nave-prigione della Serenissima. Un racconto intenso, tra dolore e cura, dove la tecnologia si fa carne e le macchine sembrano ribellarsi al loro destino.

L’arte che nasce senza schema

L’incontro tra piante finte e dispositivi meccanici per il benessere non è nato da un’intuizione immediata, ma da un percorso fatto di tentativi e ricerche. Rachel Youn racconta che all’inizio non sapeva nulla di ingegneria meccanica, ma il desiderio di far muovere le sue opere l’ha spinta a smontare massaggiatori e altri oggetti trovati. Il primo lavoro, costruito con bambù essiccato e un massaggiatore per piedi preso solo per studio, ha dato il via a un modo di lavorare fatto di incontri casuali con gli oggetti e riflessioni sul movimento.

La cosa più interessante è il gioco continuo tra artificio e imitazione della realtà. Le piante finte ricreano una natura che non esiste, mentre i massaggiatori cercano di imitare il tocco umano, tra sollievo e fastidio. Così le sculture di Youn diventano «macchine per la cura» dove il gesto meccanico richiama antichi rituali di benessere, ma al contempo mostra una tensione ambivalente, sospesa tra dolcezza e degrado. Per Rachel, l’opera d’arte si fa simbolo di un sistema consumistico che finisce per tradire se stesso: i rifiuti tecnologici si trasformano in creature inquietanti, sempre legate a un movimento ripetitivo e alienante.

Venezia tra passato oscuro e meccanismi inquietanti

La residenza artistica a Venezia ha dato a Rachel Youn un terreno ricco di stimoli per creare l’installazione alla Scuola Piccola Zattere. La città, sospesa tra il suo splendore turistico e una storia meno visibile, ha ispirato un lavoro che vuole scalfire la facciata patinata per riportare alla luce storie di dolore, follia e punizione. Rachel ha esplorato la psicosi religiosa e le pratiche di esclusione sociale veneziane, soffermandosi su persone che hanno vissuto il disagio mentale in passato, come un uomo che tentò più volte di crocifiggersi, finendo rinchiuso in manicomio.

La visita all’ex ospedale psichiatrico di San Servolo ha offerto ulteriori chiavi di lettura, soprattutto guardando alla pubblica fusta, la nave-prigione usata dalla Serenissima per rinchiudere criminali e malati mentali. In mostra, l’opera Congregation richiama proprio questa storia: grandi banchi da voga che si muovono in modo ripetitivo suggeriscono un movimento rituale e forzato, simbolo di fatica e punizione. Questo intreccio racconta l’agonia di chi, pur potendo abbreviare la pena con il remo, rischiava la morte lontano da casa. La pubblica fusta, ormeggiata davanti a Piazza San Marco, diventa così metafora di un sistema sociale che soffocava la «follia» senza spazio per la mediazione, e organizzava la violenza tramite l’umiliazione collettiva.

Quando le sculture sfidano lo spazio e lo spettatore

Uno degli aspetti più particolari dell’arte di Rachel Youn è il rapporto con chi guarda e con lo spazio dove le opere vivono. La sua installazione, rumorosa e invasiva, obbliga i visitatori a un’interazione insolita. Nella stanza di Congregation bisogna alzare la voce per farsi sentire, spezzando quel silenzio rispettoso che di solito regna nei musei. Anche le sculture, che a volte «sfiorano» chi le osserva, e una pianta artificiale che scatta all’improvviso, rompono la distanza abituale tra opera e pubblico.

Rachel riflette sul concetto di «buona educazione» negli spazi d’arte e richiama temi di sorveglianza sociale descritti da Michel Foucault. La “pornografia della punizione”, con il suo doppio ruolo di controllo e riabilitazione, trova un ponte nelle sue macchine cinetiche che mostrano un movimento continuo, ordinato ma allo stesso tempo difettoso e imprevedibile.

Nel suo percorso espositivo, Youn si è opposta a barriere estetiche e funzionali, puntando su una fruizione più libera e corporea. Il rumore costante delle sculture, spesso fonte di distrazione, cattura tutta l’attenzione e impedisce la classica contemplazione silenziosa dell’arte. Può risultare “fastidioso” per chi visita, ma fa parte della strategia dell’artista: occupare lo spazio e stravolgere le aspettative del pubblico.

Radici culturali e cinema dietro le sculture ribelli

Dietro le forme meccaniche di Rachel Youn si nascondono fili culturali che intrecciano storia locale e riferimenti internazionali. Le tensioni delle sue installazioni recuperano l’eredità dell’artista colombiana Feliza Bursztyn, famosa per le sue sculture mobili ed espressive, e dialogano con immagini disturbanti e religiose, come quelle del cult movie L’esorcista.

Questi elementi arricchiscono il senso delle sue macchine indisciplinate, che sfumano il confine tra piacere e dolore, tra rito e autodistruzione. La scelta di materiali di scarto, trasformati in forme in movimento, impone uno sguardo critico sulla società di oggi e sul rapporto con tecnologia, salute e controllo sociale.

In definitiva, la ricerca di Rachel Youn mostra una poetica complessa, dove l’arte diventa specchio di una realtà stratificata e controversa, in cui passato e presente si mescolano attraverso gesti meccanici e apparenti contraddizioni. A Venezia, con Unruly Vessel, questa storia prende corpo in modo potente, immersa in una città che da secoli è insieme incanto e prigione.

Redazione

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