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Danh Vo a Roma: la mostra che celebra la natura contro il capitalismo

Il volto sfigurato di Regan MacNeil, la bambina posseduta in L’Esorcista, ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema. Era il 1973 quando William Friedkin portò sullo schermo quell’incubo, trasformandolo in un cult che ancora oggi fa discutere. Linda Blair, la giovane attrice, ha dovuto affrontare non solo la fama, ma anche minacce da parte di gruppi religiosi estremisti, a testimonianza di quanto quel film avesse scavato nelle paure più profonde della società. A Roma, Danh Vo prende in mano quell’eredità inquietante e la traduce in un’esperienza artistica potente, capace di scuotere convinzioni consolidate e di parlare di natura, religione e capitalismo con una forza tutta contemporanea. La sua mostra alla Fondazione Del Roscio non è solo un’esposizione: è una sfida diretta al modo in cui vediamo il mondo.

Danh Vo alla Fondazione Del Roscio: quando l’arte antica incontra il contemporaneo

Danh Vo, nato in Vietnam nel 1975 e cresciuto in Danimarca, presenta alla Fondazione Nicola Del Roscio un progetto aperto fino a luglio 2026, curato da Diego Cassina. L’impatto è immediato: il nome “Reagan” domina il muro con lettere giganti, quasi a urlare. Accanto, si vedono riproduzioni a più copie di opere d’arte storiche di grande valore. Ci sono dipinti come Caritas di Bartolomeo Ghetti, la celebre Incredulità di San Tommaso di Caravaggio e Il Cupido castigato di Bartolomeo Manfredi. Questi capolavori barocchi, illuminati in parte da lampade da coltivazione, sembrano quasi disordinati, come se il loro equilibrio fosse stato spezzato.

L’artista dà a queste opere una nuova vita: non sono più solo pezzi di storia artistica e religiosa, ma diventano parte di un racconto che intreccia storia, botanica e riflessioni sul presente. Il legame tra arte e natura è il cuore del progetto, rafforzato dalla passione condivisa tra l’artista e il presidente della Fondazione per il mondo vegetale, che si percepisce in ogni dettaglio dell’installazione.

Capitalismo, religione e natura: una denuncia visiva alla gestione del pianeta

Danh Vo non si limita a una mostra estetica. Con il suo lavoro punta il dito contro lo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo. Il capitalismo, con la sua corsa infinita al consumo, viene messo sotto accusa, così come il ruolo della religione – in particolare quella cristiana – che spesso si intreccia con questi meccanismi.

Tra le opere site-specific, spicca la statua del Christus triumphans del XVI secolo, avvolta da un’edera vera che si arrampica e sembra lentamente riprendersi il suo spazio. Accanto, la scultura Untitled di Heinz Peter Knes, in bronzo e acciaio, è custodita in una teca come una reliquia preziosa. Questi elementi raccontano la tensione tra ciò che è costruito dall’uomo e la forza inarrestabile della natura che cerca di resistere in ambienti ostili.

Le piante, modeste ma vitali, simboleggiano la volontà della natura di riaffermarsi. Questo contrasto tra manufatti e vita verde diventa un’immagine potente contro lo sfruttamento del pianeta e l’uso strumentale dei patrimoni culturali e religiosi, spesso piegati a giustificare potere e dominio.

Colonialismo occidentale: la ferita che attraversa la mostra

All’ingresso della mostra, una lettera dà voce alla storia e all’ombra del colonialismo occidentale: è il diario del missionario francese Théophane Vénard, giustiziato in Vietnam nel 1861. Vi si legge: «Siamo tutti fiori piantati su questa terra, che Dio raccoglie a tempo debito». Parole che sono insieme confessione personale e documento storico, specchio di un’epoca segnata dalla colonizzazione.

Danh Vo fa trascrivere questo testo dal padre, Phung Vo, che però non comprende il significato della traduzione. Così si crea un legame intimo e universale con il passato coloniale e le sue pesanti eredità. Questo momento d’apertura dà alla mostra un tono ben concreto: non è solo arte, ma restituzione storica.

La mostra non si limita a ricordare, ma restituisce la complessità di una memoria che denuncia le ingiustizie del passato e riapre il confronto con temi ancora attuali. Colonialismo, natura e religione si intrecciano in un racconto critico e stratificato.

Il verde conquista l’arte contemporanea: un’onda globale che arriva fino alla Biennale di Venezia 2026

Il mondo vegetale è sempre più protagonista nelle arti contemporanee, come ha dimostrato la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, appena conclusa. Curata inizialmente da Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente nel maggio 2025, la mostra ha puntato sulla biodiversità e sulla forza rigenerativa della natura.

Nel padiglione della Repubblica della Guinea Equatoriale, The Forest The Undergrowth ha esplorato i delicati equilibri della foresta e del sottobosco. Nel frattempo, il Padiglione Italia, curato da Cecilia Canziani, ha presentato sculture in cui piante e fiori diventano protagonisti, incarnando questa nuova sensibilità verde.

Danh Vo si muove su questa stessa lunghezza d’onda, inserendosi in un dibattito globale. Il verde diventa simbolo di resistenza, rinascita e dialogo tra natura e cultura. La sua mostra offre una lettura complessa e articolata dei riferimenti culturali occidentali e della loro crisi oggi.

Un racconto che smonta i miti occidentali

La mostra di Danh Vo a Roma non dà risposte facili. Al contrario, sfida chi la visita a confrontarsi con temi complessi. Le opere non sono solo da guardare, ma da leggere come ponti tra passato e presente, politica, religione, economia e natura.

Quel nome ingombrante, “Reagan”, le opere barocche modificate, l’invasione del verde: tutto fa parte di un linguaggio visivo che riorganizza simboli consolidati, mettendo a nudo le loro fragilità e contraddizioni. I miti della cultura occidentale vengono messi in discussione, smontati pezzo per pezzo.

Danh Vo ci porta in un territorio dove storia, memoria, natura e critica sociale si intrecciano. Come la natura che si fa strada in uno spazio dominato dall’uomo, la sua opera cattura lo sguardo e scuote le certezze. Un invito a riflettere sul presente e sul futuro del pianeta e delle nostre società.

Redazione

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