Ieri sera, sotto le luci di piazza del Campidoglio, la narrativa italiana ha trovato il suo nuovo volto. Per la prima volta, quel cuore storico di Roma ha ospitato la cerimonia finale del Premio Strega, il premio che ogni scrittore sogna di vincere. A salire sul podio è stato Michele Mari, milanese di nascita e di talento, con il suo “I convitati di pietra”, edito da Einaudi. Tra applausi e qualche momento di tensione, è emerso un autore capace di mettere d’accordo critica e pubblico, confermandosi una voce originale e potente nel panorama letterario contemporaneo.
La proclamazione del vincitore si è svolta in un’atmosfera diversa dal solito, con Piazza del Campidoglio che ha preso il posto della tradizionale location, dando un segnale di novità e apertura. Hanno votato in 643, pari all’80,4% degli aventi diritto, un numero che dimostra quanto il premio resti vivo e sentito. A guidare il seggio è stato Andrea Bajani, vincitore dell’edizione 2025, un passaggio di testimone che ha dato un valore aggiunto alla serata.
La sfida tra i sei finalisti è stata serrata. Oltre a Mari, hanno raccolto consensi Matteo Nucci, Bianca Pitzorno, Alcide Pierantozzi, Teresa Ciabatti ed Elena Rui, tutti con opere di grande spessore. Nucci si è piazzato secondo con “Platone. Una storia d’amore” , ottenendo 152 voti, mentre Pitzorno è arrivata terza con “La sonnambula” , con 84 preferenze. Mari ha chiuso in testa con 190 voti, confermando il favore dei giurati.
Le settimane prima della finale non sono state tranquille. Un acceso dibattito è scoppiato dopo alcune dichiarazioni attribuite a Michele Mari su Michela Murgia, emerse durante il tour del premio e riportate dalla finalista Teresa Ciabatti. Si è parlato addirittura di un possibile ritiro o esclusione dell’autore, ma la Fondazione Bellonci ha chiarito subito che il regolamento non prevede interventi di quel tipo, escludendo ogni ipotesi.
Alla fine, però, i voti hanno messo a tacere le polemiche. Fin dall’inizio dello scrutinio, Mari ha mantenuto un vantaggio netto su Matteo Nucci, che non è mai stato scalfito fino alla proclamazione. Sul palco, lo scrittore ha scherzato sul suo carattere riservato, ammettendo di non sorridere spesso “perché ne verrebbe fuori un ghigno”. Ha ringraziato i lettori, sia chi lo ha sostenuto sia chi lo ha criticato, ricordando il tour di presentazioni definito con ironia “piuttosto impegnativo, per usare un eufemismo”. Un momento toccante è stato il saluto alla moglie e ai figli, saliti con lui sul palco.
Il romanzo di Mari racconta la storia di un gruppo di ex studenti di un liceo classico milanese, diplomati nel 1974, che fanno un patto singolare: ogni anno versano una quota in un fondo comune, da riscuotere solo dagli ultimi sopravvissuti del gruppo. Quello che sembra un gioco innocente si trasforma in una sfida spietata, che intreccia temi come la memoria, il valore dell’amicizia, il denaro e la morte.
Ambientato a Milano, con uno sfondo scolastico vivido e familiare, il racconto si muove tra passato e presente, riflettendo sui cambiamenti nei rapporti umani e sulle scelte che segnano la vita. Con questa trama, Mari conferma la sua attenzione alle dinamiche umane e a come i meccanismi sociali influenzino l’individuo. Il libro ha convinto lettori e giurati per la sua capacità di unire realismo e simbolismo.
La presenza del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha messo in luce l’importanza dell’evento per il mondo culturale italiano. Gualtieri ha sottolineato l’impegno della città nel promuovere e valorizzare la letteratura, affermando che Roma sta rafforzando sempre più la sua passione per i libri e il pensiero critico. Così il legame tra la capitale e il Premio Strega si fa più solido, in una cornice storica e istituzionale.
Il ruolo di Einaudi, casa editrice del vincitore, resta centrale. Questo trionfo segue quello del 2024 con “L’età fragile” di Donatella Di Pietrantonio, consolidando la posizione dell’editore milanese come punto di riferimento per la letteratura italiana contemporanea, capace di dare spazio a voci originali e riflessive.
Nato a Milano il 26 dicembre 1955, Michele Mari è un punto di riferimento della narrativa italiana moderna. Figlio del designer Enzo Mari e della scrittrice e illustratrice Iela Mari, ha costruito un percorso culturale e accademico che lo ha portato a laurearsi e a insegnare Letteratura italiana all’Università degli Studi di Milano fino al 2020. Da allora vive soprattutto a Roma.
Ha pubblicato romanzi, racconti, poesie e saggi, con uno stile riconoscibile per la lingua ricca e curata. La sua narrativa si distingue per il pastiche e un dialogo costante con la tradizione letteraria italiana, da Carlo Emilio Gadda a Tommaso Landolfi, fino a Giorgio Manganelli. Accanto alla scrittura sperimentale, mostra un forte interesse per la narrativa fantastica e d’avventura dei secoli scorsi.
Tra i temi che attraversano la sua opera ci sono il doppio, la memoria, l’infanzia, i legami familiari, l’immaginario gotico e una riflessione profonda sulla letteratura stessa. Tra i suoi libri più noti si ricordano “Di bestia in bestia”, “La stiva e l’abisso”, “Verderame”, “Roderick Duddle” e “Rosso Floyd”, oltre naturalmente a “I convitati di pietra”.
Oltre a scrivere, Mari ha curato raccolte poetiche, saggi e studi filologici. Ha tradotto nuove versioni di classici mondiali come “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, “Il richiamo della foresta” di Jack London e “La fattoria degli animali” di George Orwell. Collabora con le pagine culturali di “la Repubblica”, dopo anni di contributi al “Corriere della Sera” e al “manifesto”.
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