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Fabrizio Simone a Spazio URANO: la mostra “Ciò che ancora non siamo in grado di vedere” fino al 30 giugno 2026 a Roma

Nel centro di Roma, Spazio URANO si trasforma in un luogo dove il visibile e l’invisibile si incontrano e si sfidano. Fino al 30 giugno 2026, Fabrizio Simone espone Ciò che ancora non siamo in grado di vedere, un progetto che scuote le nostre certezze su ciò che possiamo percepire. Le sue opere, fatte di terraglia viva e mutabile, sembrano respirare, raccontano storie sospese tra concretezza e mistero. Qui nulla è fermo: la forma si dissolve, si trasforma, resta fragile, come un confine che non si può mai davvero afferrare.

Terraglia bianca e spago: un linguaggio fatto di materia e segni

Il fulcro della mostra è un materiale semplice, quasi umile: la terraglia bianca. Scelta con cura dall’artista, questa materia diventa la base su cui si sviluppa un gesto carico di significato. Simone avvolge le sue opere con dello spago, un gesto che va ben oltre il semplice legare. Lo spago delimita, protegge, ma soprattutto suggerisce, creando confini invisibili che racchiudono un interno misterioso, mai totalmente svelato. Ogni pezzo è un frammento di un corpo più grande, qualcosa che si intravede ma non si mostra mai del tutto.

L’incontro tra terraglia e spago dà vita a un dialogo tra superficie e profondità, tra ciò che si vede e ciò che si nasconde. La materia sembra quasi respirare, pronta a trasformarsi o a rivelare qualcosa che sfugge a uno sguardo distratto, restando sospesa oltre la percezione immediata. In questo intreccio di forma e spazio nasce una grammatica visiva nuova, fatta di tensione e resistenza, dove la materia è più un campo di forze che un oggetto finito.

Il gesto che avvolge: costrizione e apertura

Il movimento ripetuto dell’artista mentre avvolge la terraglia con lo spago diventa il cuore pulsante dell’opera. Non è solo un lavoro manuale, ma un’azione che dà forma a un’idea, a un’esperienza da vivere. L’intreccio segna un confine che non è rigido, ma fluido: contiene e allo stesso tempo lascia intravedere qualcos’altro, una presenza più ampia e nascosta.

Questa dinamica crea un rapporto quasi intimo con chi guarda. L’opera non si lascia afferrare completamente, sta sempre su quel filo sottile tra ciò che si mostra e ciò che resta celato. L’osservatore è chiamato a un coinvolgimento lento, quasi tattile, a un ascolto più che a una semplice visione. L’ambiguità invita a interrogarsi, a entrare in uno stato di attesa. La materia diventa così un invito a scoprire, più che un oggetto da guardare.

Sottrarre per vedere di più: una poetica della percezione

Il titolo della mostra non è solo una frase, ma una vera e propria chiave di lettura. Ciò che ancora non siamo in grado di vedere è la volontà di andare oltre la superficie, di mettere a fuoco un’area di mistero e potenzialità. Michela Becchis, curatrice della mostra, sottolinea come questa tensione sia il cuore poetico del progetto. Non si tratta di ridurre, ma di togliere per ampliare lo spazio della percezione. Un gesto di umiltà davanti al mistero, un’attesa carica di possibilità.

Le opere di Simone non danno risposte, ma sollevano domande. La loro natura sospesa e incompiuta restituisce al guardare un senso di incertezza e poesia. Ogni tappa del percorso invita a una lettura lenta, meditativa, dove chi osserva si confronta con un orizzonte visivo e mentale ancora tutto da definire.

Un’esperienza al limite della visibilità

A Spazio URANO, la mostra di Fabrizio Simone si presenta come un’indagine sul limite stesso di ciò che si può vedere e capire. Il pubblico si trova davanti a un’arte che non si offre chiara e immediata, ma che richiede un approccio attivo e attento. La materia, piccola ma carica di significato, diventa un campo aperto di ricerca, capace di trasformare un limite in un passaggio.

Fino al 30 giugno 2026, Ciò che ancora non siamo in grado di vedere si propone come un invito a ripensare la forma artistica e a esplorare nuove strade espressive. La scelta della terraglia bianca e dello spago impone un rigore che non è mai sterile, ma pieno di suggestioni sensoriali e riflessioni profonde. Una mostra che racconta come la materia possa farsi linguaggio, rivelazione e soglia.

Redazione

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