Nel gennaio del 1506, a Roma, venne alla luce il Laocoonte, una scoperta destinata a cambiare per sempre la storia dell’arte classica. Michelangelo, vedendolo, rimase senza parole di fronte a quella forza espressiva che sembrava sprigionare la pietra. Ora, più di cinque secoli dopo, un’interpretazione straordinaria di quel gruppo scultoreo torna a far parlare di sé. Si tratta dell’Hamilton Laocoon, una fusione in bronzo a grandezza naturale, realizzata nel 1817, che Sotheby’s metterà all’asta il primo luglio 2024. Stima? Tra 2 e 3 milioni di sterline. Un pezzo rarissimo, non solo per le sue dimensioni, ma anche per la qualità tecnica, uno dei pochi esempi di fusioni a grandezza reale esistenti all’epoca e un vero gioiello nel mondo della scultura neoclassica.
Le versioni monumentali del Laocoonte sono un vero e proprio fenomeno, sia per la loro grandezza sia per la complessità tecnica che richiedono. Prima dell’Hamilton Laocoon, solo tre fusioni in bronzo di questa scala erano state portate a termine con successo. Questo bronzo, alto quanto un uomo vero e datato 1817, fu realizzato a Parigi da Auguste-Jean Marie Carbonneaux, artista di spicco e contemporaneo di Antonio Canova. Carbonneaux diede vita all’unica versione neoclassica su larga scala di questo celebre modello antico. La fusione in sabbia usata da Carbonneaux era all’epoca una tecnica avanzata, capace di affrontare opere complesse e di grande formato, una sfida rara nel mondo scultoreo del primo Ottocento.
Questa tecnica garantiva una resa precisa e dettagliata di volumi e superfici, catturando la tensione drammatica delle figure, un elemento chiave dell’originale. Vista la rarità di pezzi simili e la fama del modello, l’Hamilton Laocoon ha acquisito un valore artistico e storico importante, consolidando il suo ruolo come una delle fusioni più rare e significative al mondo.
Per capire quanto sia importante questa fusione in bronzo, bisogna tornare al ritrovamento del gruppo marmoreo del Laocoonte e dei suoi figli, scoperto il 14 gennaio 1506 vicino alla Domus Aurea di Nerone, a Roma. La notizia arrivò subito a papa Giulio II, che mandò a visionare l’opera Michelangelo e Giuliano da Sangallo. Entrambi riconobbero subito il valore straordinario della scultura, che Plinio il Vecchio aveva definito «la più degna di ammirazione tra tutte le pitture e sculture». Michelangelo la chiamò «un miracolo singolare dell’arte» per la sua intensità espressiva.
Il gruppo racconta la scena drammatica dell’Eneide di Virgilio, in cui il sacerdote troiano Laocoonte e i suoi due figli vengono attaccati dai serpenti, punizione divina per aver messo in guardia i Troiani sul cavallo di legno. L’equilibrio tra muscoli tesi, pathos e dinamismo emotivo ha reso questa composizione un modello imprescindibile per gli artisti dal Rinascimento a oggi. Il gruppo è entrato a far parte delle collezioni pontificie e si trova tuttora nel Cortile del Belvedere in Vaticano.
L’Hamilton Laocoon si lega a un episodio particolare legato all’originale: nel 1797, dopo il Trattato di Tolentino, la celebre scultura marmorea fu portata da Roma a Parigi come bottino delle campagne napoleoniche, restando in Francia fino al 1816. È proprio durante la sua esposizione al Musée Napoléon di Parigi che si presume sia stato realizzato il calco da cui Carbonneaux trasse la sua fusione monumentale in bronzo. Quel periodo segna una svolta decisiva nella storia dell’Hamilton Laocoon, che nasce da quell’esperienza come opera unica.
L’opera fu commissionata da George Watson Taylor tramite il mercante Alexis Delahante, per una cifra considerevole per l’epoca, 2.000 sterline. Nel 1821 entrò nella collezione di William Beckford, noto proprietario di Fonthill Abbey, famoso per le sue raccolte d’arte. Due anni dopo, nel 1823, passò al primo Duca di Buckingham e Chandos, che la pose nella North Hall di Stowe, una delle residenze più prestigiose d’Inghilterra. Nel 1848 fu acquistata dal Duca di Hamilton, che la trasferì a Hamilton Palace, celebre tra le dimore aristocratiche più splendide della Gran Bretagna. Ogni proprietario ha contribuito a far crescere la fama dell’Hamilton Laocoon, celebrato nei cataloghi e nelle cronache come uno dei bronzi più importanti e belli del paese.
La fortuna del Laocoonte non si è mai spenta, andando ben oltre archeologia e collezionismo. La forza drammatica e l’intensità emotiva del gruppo hanno ispirato, nei secoli, non solo artisti neoclassici, ma anche voci moderne e contemporanee. William Blake, per esempio, realizzò incisioni ispirate al soggetto, mentre Alberto Giacometti studiò attentamente le forme e le tensioni del gruppo nei suoi disegni, colpito dalla sua presenza intensa.
Nel Novecento, Roy Lichtenstein riprese e rielaborò l’immagine con il suo stile pop ben riconoscibile, dimostrando come il gruppo mantenga intatta la sua forza attraversando epoche e linguaggi diversi, aprendo un dialogo tra antico e moderno. Poche opere possono vantare una storia così lunga e una capacità di espressione così versatile, capace di parlare a mondi e sensibilità lontani tra loro.
Ora l’Hamilton Laocoon, uno dei bronzi più rari e straordinari legati alla leggenda di Laocoonte, torna sul mercato. Collezionisti e appassionati attendono l’occasione di scrivere un nuovo capitolo nella lunga storia di questo monumento artistico. Sotheby’s offre nel 2024 un’opportunità unica per mettere le mani su un pezzo che racchiude valore storico, tecnico e culturale in un solo, potente frammento di bronzo.
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