
Battono il petto, invocano il passato, piangono un’epoca che non c’è più. Appena entri alla Martin Gropius Bau di Berlino, l’installazione video Tito’s Funeral ti avvolge con il suo ritmo struggente. Sono donne vestite di nero, tra cui Marina Abramović stessa, che incarna le narikače, le prefiche balcaniche, in un lamento corale carico di dolore e memoria. Quel suono denso riempie lo spazio, trascinando chi guarda in un’atmosfera quasi sacra, sospesa tra il rituale e la storia.
Dopo trent’anni, Abramović torna a Berlino con Balkan Erotic Epic, una mostra che non concede scorciatoie. Fino al 30 agosto 2026, la sua arte esplora le radici profonde e tormentate dei Balconi, intrecciando vissuti personali e collettivi. Le opere non si limitano a essere osservate: chiedono di essere vissute, sentite nel corpo e nella memoria, spingendo a confrontarsi con una storia di conflitti, passioni e identità spezzate. Un viaggio intenso, che scuote e lascia il segno.
Balkan Erotic Epic: un viaggio profondo tra storia, corpo e rituali balcanici
Questa mostra è senza dubbio una delle più ambiziose nella carriera di Abramović. Si sviluppa in tre parti, mescolando opere storiche a creazioni più recenti, e si muove lungo un’indagine che attraversa oltre cinquant’anni di performance. Al centro ci sono i rituali, la storia dei Balconi e il rapporto tra erotismo e morte. Ogni tappa aiuta a capire meglio la complessità sociale e culturale di questa regione attraverso la lente dell’arte performativa.
Per Abramović la performance non è solo un modo di esprimersi, ma un mezzo per toccare un’energia profonda, spesso a costo di grande fatica fisica e stati di trance. Nel progetto Balkan Erotic Epic la resistenza del corpo è fondamentale: liberarsi dai pensieri per arrivare a una connessione con una saggezza antica. Lo si vede bene in opere come Nude with Skeleton, dove il rapporto tra corpo e morte è spogliato di ogni filtro estetico, costringendo chi guarda a confrontarsi con i limiti fisici e psicologici dell’arte stessa.
La raccolta di lavori ripercorre la vita dell’artista intrecciata con quella dell’ex Jugoslavia, superando la semplice cronaca per entrare nel campo della memoria, personale e collettiva. Questo intreccio tra storia privata e politica è uno dei fili rossi della mostra, che si prepara a proseguire a ottobre con una nuova pièce teatrale di quattro ore, sempre a Berlino, che continuerà a esplorare questi temi.
Tito, tra simbolo politico e presenza psichica nell’arte di Abramović
Josip Broz Tito non è solo un personaggio storico in questa mostra, ma assume un ruolo complesso e quasi psicanalitico. Cresciuta in una famiglia militare legata al regime jugoslavo, Abramović vede in Tito una figura autoritaria, quasi paterna, che ha segnato corpo e mente. Questo controllo rigido si riflette negli archivi e nelle installazioni dedicate a quel periodo, con un focus particolare sul video del funerale del dittatore, simbolo di un’epoca di speranze infrante e divisioni profonde.
Per l’artista il corpo di Tito diventa il centro di una storia identitaria e psicologica, tra protezione e oppressione. Il rigore del sistema jugoslavo ha segnato intere generazioni, e per Abramović la performance è stata un modo per ribellarsi e liberarsi da questa autorità. Il crollo della Jugoslavia segna quindi anche una dissoluzione personale, un tema che la mostra mette in luce attraverso il rapporto tra memoria privata e trauma collettivo.
Balkan Baroque: il lutto e il trauma al centro della performance
Il cuore emotivo della mostra è Balkan Baroque, l’opera con cui Abramović vinse il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1997. Ora torna al Gropius Bau con tutta la sua forza espressiva. La performance è semplice ma devastante: pulire ossa di bue coperte di carne e sangue, in una stanza semibuia, mentre scorrono video di famiglia e l’artista canta melodie popolari. Un gesto che diventa simbolo di un lutto mai sanato, un richiamo ai massacri balcanici e alla fatica di lasciarsi alle spalle un passato così violento.
All’epoca l’esperienza coinvolgeva tutti i sensi: l’odore della carne in decomposizione e l’umidità rendevano il rituale ancora più estremo e sconvolgente. Al Gropius Bau, pur mancando la dimensione olfattiva, la carica originaria resta forte e travolge il pubblico, ricordando che la memoria storica non si cancella facilmente. Il corpo dell’artista diventa così il veicolo di una colpa condivisa, e la pulizia delle ossa è una metafora del tentativo – vano – di lavare via il dolore e la vergogna lasciati dalla guerra.
Tra musealizzazione e attualità: la sfida di Balkan Erotic Epic
Una delle sfide più grandi della mostra è proprio come rendere viva un’arte nata per essere esperienza diretta e immediata. Trasporre la performance in video o in spazi museali rischia di svuotarla del suo impatto. Balkan Erotic Epic però evita questa trappola, affrontando senza giri di parole la realtà politica e sociale ancora calda dei Balconi. La mostra non è una celebrazione nostalgica, ma una denuncia netta e necessaria.
Le ossa insanguinate, che ancora parlano a distanza di decenni, ricordano che il conflitto è tutt’altro che chiuso e che il trauma è ancora vivo. L’arte di Abramović conferma così la sua attualità, trasformando il corpo e la performance in strumenti di testimonianza e di sfida per il presente.



