“Il corpo è solo un involucro, fragile e destinato a cambiare.” Lu Yang prende questa idea e la spinge oltre, facendola vibrare tra pixel e antichi mantra. Nel 2026, all’Espace Louis Vuitton di Venezia, il suo lavoro si trasforma in un viaggio dove il corpo non è più carne, ma immagine, suono, identità che si dissolve e si ricompone senza sosta.
Non è una novità nel mondo digitale, certo, ma le sue radici affondano in riflessioni profonde, come quelle di Antonio Caronia negli anni ’90, che parlava di “corpi artificiali” capaci di mutare forma e perfino di essere rifiutati. Lu Yang raccoglie questo pensiero e lo intreccia con il buddhismo, creando opere che sfidano l’idea di un sé fisso e immutabile.
Navigare in rete, per lui, significa smarrire la certezza di un’identità stabile. Si abbandonano ruoli sociali, confini nazionali, persino il corpo biologico per entrare in uno spazio dove tutto si può reinventare. Non è solo tecnologia: è un’esperienza antica, quasi spirituale. Un corpo fluido, provvisorio, che si dissolve nel virtuale, sfidando i limiti della realtà.
Antonio Caronia, filosofo e studioso di cultura digitale, ha introdotto nel 1996 il concetto di corpo virtuale come qualcosa di autonomo, distinto dal corpo biologico. Per lui il corpo artificiale non è più legato alla biologia: è una costruzione che può essere smontata e rimodellata a piacere, un punto di partenza per esplorare nuove forme di vita. Questa idea ha acceso molte discussioni in filosofia, arte e scienze sociali.
La sua intuizione principale è che, nel mondo digitale, l’identità corporea diventa un’opzione, non una necessità. Nel cyberspazio i limiti della fisiologia svaniscono, e il corpo si può scegliere o lasciare come un abito. Da qui sono nate molte riflessioni che vedono il corpo virtuale come uno spazio di libertà, ma anche di possibili alienazioni.
Le teorie di Caronia hanno influenzato artisti e pensatori, spingendo a guardare sotto una nuova luce il rapporto tra corpo, tecnologia e identità. Oggi questa visione si inserisce in un contesto più vasto, dove la cultura digitale — dai videogiochi alla realtà aumentata — diventa terreno fertile per sperimentare nuove forme di soggettività e corporeità.
Nata nel 1984, Lu Yang ha fatto del rapporto tra corpo, identità e tecnologia il fulcro della sua ricerca artistica. Nei suoi lavori, che spaziano tra video, installazioni e performance, l’avatar è il simbolo di un’esistenza fluida e in continua trasformazione. La sua esperienza online si intreccia con gli insegnamenti buddhisti, con risultati sorprendenti.
Dal 2015, Lu Yang segue i precetti buddhisti, che vedono il corpo come qualcosa di transitorio da superare. Questo pensiero antico si fonde con il digitale, dando vita a opere in cui la dissoluzione dell’io si traduce in immagini e suoni intensi. In “LuYang Delusional Mandala” , ad esempio, racconta la nascita, la morte e la rinascita di un avatar creato da una scansione 3D di sé stessa. Qui il corpo non è più una barriera, ma il punto di partenza per ridefinire il concetto tradizionale di sé.
Per Lu Yang, Internet è una via per liberarsi dai vincoli della società e del corpo fisico, un’opportunità per sperimentare l’identità in modo non lineare. Le sue opere esplorano la tensione tra la materialità del corpo e la sua negazione o trasformazione digitale, in dialogo con le dottrine del buddhismo himalayano e della scuola Madhyamaka.
Dal 2019 Lu Yang porta avanti la serie DOKU, che ruota attorno a un avatar digitale basato sulla sua immagine. Il nome “DOKU” deriva dal giapponese dokusho dokushi, che significa “si nasce soli, si muore soli”. Un’espressione che richiama il principio buddhista secondo cui la liberazione spirituale è un percorso personale, da affrontare in solitudine.
La versione più recente, “DOKU The Illusion”, è in mostra nel 2026 all’Espace Louis Vuitton di Venezia, durante la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte. L’installazione domina lo spazio con una proiezione di oltre due ore che mescola riprese dal vivo e immagini generate da intelligenza artificiale. L’allestimento ricorda una cappella futuristica: panche di legno, un altare, specchi sul soffitto e un pavimento lucido coperto di materiali metallici.
L’opera gioca con il linguaggio dei manga, degli anime e dei videogiochi, ma dietro l’estetica pop si nasconde una riflessione profonda sulla natura illusoria della realtà. Le immagini scorrono senza interruzioni, trasformando ambienti familiari in spazi irreali attraversati da lotte, riti, morte e rinascita. La colonna sonora, che unisce hip-hop, pianoforte e suoni tradizionali, scandisce il ritmo di questa narrazione densa e complessa.
Uno dei punti forti di “DOKU The Illusion” è la continua dissoluzione dell’identità. Il volto di Lu Yang, digitalizzato nell’avatar DOKU, si moltiplica in mille forme: appare nei personaggi, negli oggetti, negli ambienti. L’io si sfalda, diventando un principio fluido che si rifrange in configurazioni sempre nuove.
Questa idea riprende il concetto buddhista del non-sé, che mette in dubbio l’esistenza di un’identità fissa e duratura. Ma il discorso non resta solo nella filosofia: l’opera dialoga anche con modelli scientifici, come quelli dell’auto-organizzazione biologica, delle strutture frattali in matematica e di certi fenomeni della fisica quantistica. In questi sistemi, forme simili si ripetono su scale diverse, e ogni parte contiene un po’ dell’intero.
Così l’installazione diventa un esperimento interdisciplinare, dove spiritualità, tecnologia e scienza si intrecciano. L’avatar digitale non è più una semplice “maschera”, ma diventa l’unica realtà possibile, un’entità capace di morire e rinascere infinite volte nel flusso dei dati.
La mostra di Lu Yang all’Espace Louis Vuitton di Venezia nel 2026 celebra due anniversari importanti: vent’anni dalla fondazione della sede veneziana e dieci anni del programma Hors-les-murs. Non è solo un’esposizione d’arte, ma un’occasione per riflettere su come l’arte contemporanea affronti l’era digitale e i suoi paradossi identitari.
Installazioni come “DOKU The Illusion” vanno oltre i confini tradizionali dell’arte, chiedendo allo spettatore un coinvolgimento totale. L’esperienza immersiva e multisensoriale apre nuove strade, dove filosofia, tecnologia e cultura pop si fondono in narrazioni che mettono in discussione il modo in cui costruiamo e percepiamo la nostra identità.
Il lavoro di Lu Yang sfida anche il sistema dell’arte contemporanea, rompendo schemi rigidi e invitando a riflettere sulla trasformazione del corpo e del sé in un mondo dove il digitale è sempre più parte della vita quotidiana. Venezia si conferma così il palcoscenico perfetto per mettere in scena questo incrocio di tempi, culture e linguaggi.
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