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Addio a VALIE EXPORT, icona della body art e pioniera dell’arte femminista europea

Vienna, 14 maggio 2024: VALIE EXPORT si spegne nel giorno del suo 85° compleanno. È una perdita che pesa nel mondo dell’arte performativa e del femminismo europeo, dove lei ha lasciato un segno indelebile. La galleria Thaddaeus Ropac, da anni custode della sua opera, ha dato l’annuncio. Il suo percorso artistico ha attraversato decenni di mutamenti politici, tecnologici e culturali, senza mai perdere quella tensione critica verso il potere delle immagini e le dinamiche che le plasmano.

Da Waltraud Lehner a VALIE EXPORT: un nome, una dichiarazione politica

Nata a Linz nel 1940 come Waltraud Lehner, l’artista scelse alla fine degli anni Sessanta di adottare lo pseudonimo VALIE EXPORT. Il nome, scritto rigorosamente in maiuscolo e con l’aspetto di un marchio commerciale, era un gesto di rottura netta con le radici familiari patriarcali e matrimoniali. Un vero e proprio manifesto politico e di emancipazione visiva. Da quel momento, il suo lavoro si è sviluppato attraverso media diversi: performance, videoarte, cinema sperimentale, fotografia, installazioni e scrittura.

Al centro di tutta la sua ricerca c’è sempre stato il corpo femminile, visto non come un semplice oggetto da ammirare, ma come un soggetto attivo e consapevole, capace di mettere in discussione il sistema sociale e simbolico in cui vive. In un contesto dominato dall’Azionismo Viennese, con artisti come Hermann Nitsch, Günter Brus e Otto Mühl che portavano il corpo a performance estreme e rituali, EXPORT proponeva un’alternativa: il corpo della donna come spazio di autodeterminazione e conflitto politico, non più sacrificato, ma autore di narrazioni e resistenza.

Performance memorabili: quando il corpo femminile sfida lo spazio pubblico

VALIE EXPORT ha segnato la storia dell’arte femminista con alcune performance diventate ormai leggendarie nel dibattito sul corpo e sul controllo dell’immagine femminile. Tra queste, “Aktionshose: Genitalpanik” del 1968 è forse la più celebre e provocatoria. In un cinema porno di Monaco, l’artista entrò indossando pantaloni tagliati all’altezza del pube e con in mano una mitragliatrice finta, sfidando il ruolo passivo e voyeuristico che veniva riservato alle donne in quel contesto. Con questo gesto, spezzava il circuito visivo del piacere maschile predatorio, trasformandolo in un atto di potere e sfida.

Un’altra performance che lasciò il segno fu “Tapp-und Tastkino” . EXPORT indossava una scatola aperta sul petto e invitava gli spettatori a toccarle il seno senza poterlo vedere, mantenendo però con loro il contatto visivo diretto. Questa azione ribaltava completamente i consueti meccanismi di rappresentazione e consumo dell’immagine femminile, mettendo in crisi le dinamiche del desiderio e del controllo tra corpo e sguardo.

Cinema e videoarte: nuove narrazioni di corpo e identità

Negli anni Settanta, VALIE EXPORT allargò il suo campo d’azione al cinema sperimentale e alla videoarte. Nel 1971 realizzò “Facing a Family”, un cortometraggio mandato in onda dalla televisione austriaca, che mostrava una famiglia borghese intenta a guardare la tv durante la cena, aprendo una riflessione meta-mediale sul rapporto tra mezzo e spettatore.

Nel 1973, con “Remote, Remote”, si filmò mentre si feriva le cuticole con un coltello, trasformando un gesto quotidiano in un’azione carica di tensione e ambiguità. Il cinema di EXPORT divenne più narrativo con “Invisible Adversaries” , ambientato in una Vienna attraversata da angoscia e crisi identitaria, sospesa tra fantascienza e paranoia urbana.

Con “Syntagma” , l’artista usò montaggi complessi per mostrare come il corpo femminile venga costruito culturalmente come un insieme di parti separate, manipolate dallo sguardo maschile. Un’opera potente, che confermava la sua riflessione su linguaggio, identità e rappresentazione.

Teoria e insegnamento: una voce guida nell’arte femminista

Oltre alla pratica artistica, VALIE EXPORT si impegnò anche sul piano teorico. Nel 1972 scrisse il manifesto “Women’s Art: A Manifesto” per la mostra “MAGNA. Feminism: Art and Creativity”, sostenendo che le donne dovessero “parlare per ritrovare se stesse”. Per lei, l’arte era uno strumento per ridefinire l’identità femminile, rompendo con i modelli tradizionali imposti dalla società.

Dal 1995 insegnò performance multimediale all’Academy of Media Arts di Colonia, formando generazioni di artisti e artiste. La sua influenza si estese anche ai grandi palcoscenici internazionali, con numerose esposizioni e partecipazioni regolari alla Biennale di Venezia. Rimane una figura centrale nell’evoluzione delle pratiche performative e mediali contemporanee.

Gli ultimi anni: rassegne e dialoghi con l’arte femminista europea

Negli ultimi anni, VALIE EXPORT è stata protagonista di importanti mostre che hanno messo in luce il suo ruolo di pioniera. Tra queste spicca “Body Sign”, allestita nel 2024 da Thaddaeus Ropac a Palazzo Belgioioso a Milano. La mostra metteva a confronto il lavoro di EXPORT con quello di Ketty La Rocca, un’altra figura chiave dell’arte femminista e concettuale degli anni Sessanta e Settanta.

Curata da Alberto Salvadori e Andrea Maurer, la rassegna sottolineava come entrambe le artiste avessero scelto il corpo come mezzo per raccontare esperienze personali e collettive, facendo del corpo un territorio esclusivamente proprio, immune alle mediazioni patriarcali. Questa rilettura ha confermato quanto VALIE EXPORT sia stata rivoluzionaria nel mettere in discussione e smontare i linguaggi imposti alla figura femminile, dentro e fuori dal sistema dell’arte.

Redazione

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