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Francesca Pasquali al MAR di Ravenna: Rifugio Plastico tra arte e dimora instabile fino al 24 maggio

Redazione 13 Maggio 2026

«La casa è un rifugio, ma a volte anche una gabbia». Quante volte lo abbiamo pensato, senza dirlo ad alta voce? Francesca Pasquali prende questa ambiguità e la trasforma in arte pulsante, concreta. Al MAR di Ravenna, la sua mostra “Rifugio plastico. Abitare il confine” non si limita a esporre opere: coinvolge chi entra, sfidando a ripensare cosa significhi davvero abitare uno spazio. Non una casa qualunque, ma un confine labile, dove il corpo e la memoria si intrecciano, dove dentro e fuori si confondono, e il reale si mescola al sogno. Fino al 24 maggio, queste installazioni parlano di noi, dei nostri silenzi e rumori familiari, di quella casa che conosciamo come le nostre tasche, ma che continua a sorprenderci.

Un ambiente sospeso tra corpo e percezione

Appena si entra nell’Arts & New Media Room, la penombra avvolge tutto. Le luci si abbassano, gli occhi si abituano, il silenzio è rotto solo da piccoli crepitii che sembrano vivi. Questi suoni arrivano da strutture che ricordano nidi o bozzoli, fatte di elementi plastici intrecciati in nodi complessi, sparsi sulle pareti e sul pavimento. L’installazione gioca con la percezione, proprio sul filo dell’intimità: chi visita è invitato a muoversi in questo paesaggio a metà strada tra uno spazio interno e uno estraneo. Al centro ci sono due grandi involucri fonoassorbenti, scuri e imponenti, che aspettano chi osa entrarci, offrendo un’esperienza fatta di movimento e isolamento.

L’atmosfera rarefatta spinge a sentire il corpo, a riflettere sul rapporto tra noi e lo spazio domestico. I “rifugi plastici” non sono solo oggetti d’arte, ma spazi abitabili, o almeno attraversabili, che vogliono riprodurre la complessità della vita di tutti i giorni. Non si viene qui per guardare da lontano, ma per entrare dentro, per immergersi in una casa che si fa instabile e vibrante, e che sfida la nostra idea di familiarità.

Sculture di plastica e tubi: tra accoglienza e frammentazione

Le opere di Francesca Pasquali sono fatte con tubi di polietilene, materiali di recupero che l’artista intreccia a mano in assemblaggi intricati. Questi lavori diventano rifugi che possono accogliere ma anche respingere, come dice la stessa Pasquali. La casa si trasforma in qualcosa di ambiguo: c’è, ma sembra non esserci; è solida, ma fragile; può essere smontata, rimontata, persino indossata e portata via. Un po’ come crisalidi, in una metamorfosi sospesa. Il richiamo agli igloo di Mario Merz si vede nelle forme tubulari e assemblate, ma qui Pasquali aggiunge un valore simbolico legato al lavoro manuale e al gesto fisico, riflettendo anche la sua esperienza personale come donna che lavora con materiali tradizionalmente legati al recupero e al tessuto.

L’opera diventa così un esercizio fisico meditato, a metà strada tra artigianato e arte contemporanea. L’intreccio dei materiali dà vita a superfici vive, lontane dal freddo o dall’inerzia. La modularità e la possibilità di rimodellare tutto ribadiscono che abitare non è mai qualcosa di fermo, ma un continuo cambiamento. Nel dialogo tra le strutture e chi le attraversa, respira e si muove, si crea uno spazio in cui la casa è insieme oggetto e protagonista, presenza intima e forma che cambia.

Abitare come esperienza personale: la casa tra identità e alterità

La mostra, curata da Giorgia Salerno, mette in luce la casa non come semplice contenitore, ma come soggetto vivo e in movimento. Le installazioni diventano personaggi concreti e al tempo stesso figure oniriche, che offrono un’interazione libera, non imposta. Chi visita può scegliere quanto lasciarsi coinvolgere da queste forme plastiche, decidendo così come abitare, anche solo per un attimo. Il titolo “Abitare il confine” racconta proprio questa ambiguità, suggerendo una flessibilità che richiede equilibrio e adattamento.

L’esperienza richiama le idee di disorientamento di Gianni Celati in “Alice disambientata”, dove Alice allarga i suoi confini per restare in movimento e diventare se stessa. Pasquali sembra incarnare questa fluidità anche attraverso la casa: un luogo che non resta fermo, dove i confini tra sé e l’ambiente si confondono. La casa diventa teatro di trasformazioni interiori, un passaggio ma anche un modo per riaffermare chi siamo.

Le opere, immerse nella penombra, evocano una dimensione a metà, dove abitare vuol dire confrontarsi con l’ignoto e con se stessi. La casa non è più un rifugio immobile, ma un campo di esperienza in continuo divenire, sospeso tra ciò che conosciamo e ciò che ancora ci sfugge, tra passato e presente, tra stabilità e instabilità.

La casa svuotata: riflessione sul possesso e sulla memoria

A differenza della casa tradizionale, piena di oggetti carichi di ricordi, negli spazi di Pasquali non c’è nulla. Niente arredi, niente oggetti personali: come se il tempo e le cose accumulate venissero cancellati. Questa assenza mette a nudo il rapporto tra il corpo e le cose, tra chi siamo e ciò che possediamo.

Come scrive Michele Mari in un suo romanzo, il legame tra persona e oggetti è fondamentale per l’identità. Ma in questi “rifugi plastici” quel legame sembra sospeso, quasi dissolto. Togliere gli oggetti fa emergere una domanda: cos’è la casa quando non è più piena delle cose a cui teniamo?

Gli spazi vuoti dentro le sculture suggeriscono la casa come proiezione dell’inconscio, una materia fluida che cambia forma con le esperienze e i ricordi. Questa visione ci invita a ripensare la casa non come un rifugio fisso, ma come un luogo in continuo cambiamento, che segue le strade mutevoli della vita, sia personale che collettiva.

La mostra si conferma così una riflessione profonda sull’abitare, un tema complesso e ricco di strati, capace di intrecciare aspetti antropologici, sociali e culturali attraverso un’arte che racconta insieme la fragilità e la forza della casa.

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