Era appena cominciata la giornata ai Giardini della Biennale di Venezia quando, il 6 aprile, un gruppo di attiviste dai passamontagna colorati ha interrotto l’apertura dell’evento. Fumogeni tricolori, slogan e cartelli hanno invaso il padiglione russo, al centro di una rinnovata controversia dopo anni di assenza. Non una semplice provocazione, ma un grido di rabbia che rispecchia le tensioni internazionali, esplose in modo netto proprio nel cuore della scena culturale. La protesta delle Pussy Riot ha acceso un dibattito che va ben oltre l’arte.
Il padiglione russo ai Giardini della Biennale era rimasto chiuso per anni, dopo scelte difficili e contestazioni all’interno del mondo dell’arte. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, il team curatoriale si era dimesso in segno di protesta, lasciando il padiglione vuoto, simbolo di dissenso contro l’aggressione. Nel 2024 la Russia non partecipò ufficialmente e lo spazio fu affidato alla Bolivia. Il ritorno nel 2026, previsto solo per la pre-apertura, ha scatenato forti reazioni e dibattiti accesi sulle implicazioni politiche di una presenza russa in un evento culturale così importante. Molti vedono questa scelta come un tentativo di riabilitare l’immagine internazionale di un Paese accusato di aggressione, alimentando polemiche e malumori.
La protesta delle Pussy Riot è stato il momento più acceso e visibile della giornata. Le attiviste, con i loro iconici passamontagna colorati, hanno invaso il padiglione russo con decisione e rapidità. Hanno acceso fumogeni con i colori della bandiera ucraina e mostrato cartelli con slogan come “disobbedire disobbedire” e “il sangue è l’arte della Russia”. L’azione, durata circa mezz’ora, ha creato tensione tra i visitatori e ha richiesto l’intervento delle forze di sicurezza della Biennale e della polizia. All’interno del padiglione, l’ambasciatore russo Alexey Paramonov si è trovato in una posizione difficile mentre alcuni attivisti cercavano di entrare nello spazio espositivo, aumentando la drammaticità dell’evento. Le Pussy Riot hanno trasformato ancora una volta la performance artistica in uno strumento di protesta politica, cercando di scuotere le coscienze sul conflitto e le sue conseguenze.
Le Pussy Riot non sono nuove a questo tipo di proteste. Il loro nome è salito alla ribalta nel 2012 con la celebre “preghiera punk” nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, che portò all’arresto e alla condanna di alcune delle sue leader, come Nadya Tolokonnikova e Maria Alyokhina. Da allora, il collettivo usa il corpo e l’arte come arma contro le violazioni dei diritti umani, la censura e la repressione in Russia. Molte delle sue componenti vivono in esilio o sotto pressione giudiziaria. I loro passamontagna colorati sono diventati un simbolo riconoscibile nelle proteste internazionali contro la repressione autoritaria e la guerra in Ucraina. L’azione alla Biennale si inserisce in questo filone di attivismo culturale, che non lascia spazio alla normalizzazione del regime russo sulla scena mondiale.
Mentre si consumava la protesta, è saltato all’ultimo momento il programma della Biennale della Parola e della Pace, organizzato dalla Fondazione Biennale. Gli incontri con il regista russo Alexander Sokurov e con la scrittrice e architetta palestinese Suad Amiry sono stati cancellati per “indisponibilità dell’ultima ora”, come comunicato ufficialmente. Invece, la direzione artistica ha organizzato per venerdì 8 aprile una serata dedicata alla pace, con la partecipazione di figure di spicco come Alberto Barbera , Caterina Barbieri , Willem Dafoe , Wayne McGregor e gli architetti Wang Shu e Lu Wenyu . Questi cambiamenti improvvisi raccontano le difficoltà di gestire un evento internazionale così complesso e politicamente delicato. Il clima resta teso, con la geopolitica che domina la narrazione e l’atmosfera di questa 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia.
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