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Il nuovo film su Michael Jackson a Milano: un’ultima fiaba tra magia e delusione al cinema

Nel cuore di Milano, un pomeriggio qualunque in un cinema racconta una storia diversa. Le sale, quasi deserte, sembrano un’oasi di quiete dopo il caos delle folle che un tempo affollavano gli ingressi per “Joker”. Fuori, la metro si riempie del celebre riff di “Thriller” — poche note che bastano a far risuonare nella testa l’immagine di Michael Jackson, come un ricordo familiare che riaffiora all’improvviso.

Dentro, la platea non è così calda, ma quando la proiezione comincia, qualcosa cambia. Il corpo si muove, quasi senza volerlo, guidato da un ritmo che unisce funk e pop degli anni ‘70 e ‘80. La musica di Michael non è solo sottofondo: è un’energia palpabile, capace di scuotere anche i più distanti. L’inizio del film ricorda “Bohemian Rhapsody”, spostandosi tra palchi e silenzi, fino a esplodere in immagini e suoni che avvolgono lo spettatore.

Jaafar Jackson e la sfida di vestire i panni di Michael: un impegno lungo e paziente

Jaafar Jackson, trentenne figlio di Jermaine, storico membro dei Jackson Five, è l’attore che dà vita al giovane Michael Jackson sullo schermo. Cresciuto sotto l’ombra del mito di famiglia, Jaafar affronta un ruolo che va ben oltre la recitazione: è un ponte tra epoche e destini artistici. Dietro al film, segnato da scandali, modifiche e tagli nelle scene dedicate ai processi che hanno coinvolto Michael, c’è stato un lavoro lungo, fatto di pazienza e trasformazioni.

All’inizio, la somiglianza può sembrare un po’ meccanica, quasi superficiale. Ma la vera forza di Jaafar emerge nel lavoro sulle tracce vocali originali: non si limita a recitare, ma riesce a incarnare con una certa maestria molti tratti del celebre parente. Nel finale, soprattutto durante “Bad”, l’intensità diventa palpabile, quasi una fusione con l’icona rappresentata. Jaafar non si limita a riprodurre mosse e gesti, ma porta sullo schermo la trasformazione profonda, psicologica e fisica, che ha segnato l’ascesa di Michael. Un risultato importante, sia sul piano artistico che emotivo.

Il racconto di un’infanzia difficile tra famiglia, palco e solitudine

Il film non presenta solo l’artista, ma soprattutto il ragazzo che cresce a Gary, Indiana, in una famiglia dove Joe Jackson, padre severo e autoritario, guida la banda verso il successo con disciplina rigida e durezza. Michael è il talento forzato a un duro addestramento, con una vita privata sacrificata alla musica e alla fama. La storia punta su un lato meno noto: un bambino senza amicizie normali, isolato da un’aura quasi sovrannaturale che lo protegge ma lo allontana dagli altri.

Gli animali di casa sono i suoi compagni più veri, mentre il riferimento a Peter Pan diventa il simbolo di un’infanzia sospesa, senza tempo, divisa tra il desiderio di leggerezza e la fuga da una realtà soffocante. Questo viaggio interiore si riflette anche nel corpo, sottoposto a trasformazioni dolorose ma necessarie per esprimere la sua arte. Il film evita toni troppo duri, preferendo disegnare una sorta di fiaba con ruoli ben definiti: il padre è la minaccia da cui scappare, la madre un rifugio tenero e fragile. I fratelli restano quasi figure di sfondo.

Dall’intimità dei club agli stadi pieni: musica, affari e scelte decisive

La crescita di Michael si legge anche nel passaggio dagli ambienti raccolti dei club, con un pubblico soprattutto afroamericano, ai grandi stadi stracolmi di adolescenti di ogni provenienza, soprattutto bianca. Intorno a lui ruotano figure chiave per la sua carriera: Quincy Jones, il maestro degli arrangiamenti e produttore di dischi leggendari come “Thriller”, e John Branca, l’avvocato esperto che guida le strategie legali.

Michael, consapevole del suo valore artistico e commerciale, deve decidere se affidarsi al talento musicale di Jones o alle mosse legali di Branca per diventare la più grande popstar al mondo. Questa scelta racconta l’ambivalenza di una carriera che si nutre non solo di musica, ma anche di affari, media e strategie legali. Il film mette in luce come Michael Jackson abbia trasformato il concerto in uno show globale, anticipando eventi multimediali che superano la semplice canzone. Diversamente da icone come Beatles, Elvis o Sinatra, che hanno costruito la fama lentamente e in ambiti più limitati, Michael è il primo fenomeno globale in tempo reale, capace di cambiare il modo di comunicare attraverso la musica.

Michael Jackson, stella mediatica e rivoluzione dello spettacolo

Michael è stato un artista che ha saputo usare e trasformare i media in modo rivoluzionario. Le sue esibizioni non erano solo concerti, ma eventi trasmessi in diretta a milioni di persone, anticipando la globalizzazione del consumo musicale. I suoi videoclip, veri e propri cortometraggi con storie e personaggi, hanno reso iconico il guanto di cristalli e altri simboli riconoscibili ovunque, amplificando l’impatto commerciale.

Ha firmato accordi importanti con marchi come Pepsi e Sega, costruendo un rapporto nuovo e a volte turbolento con i fan, spesso ossessivi. Questa nuova forma di star globale nasce proprio dalla sua capacità di adattarsi ai mezzi di comunicazione e modellare i contenuti per una platea mondiale, andando oltre la musica e trasformando lo spettacolo in un intrattenimento totale. Il suo genio sta anche nel non subire il mezzo, ma nel diventare lui stesso il motore del cambiamento nel sistema mediatico e nella cultura pop.

Uscendo dalla sala, ancora immersi nella musica e nei pensieri, il contrasto tra la sala semivuota e la folla crescente nella hall appare emblematico. Il pubblico, seppur esiguo durante la proiezione, si stringe attorno al simbolo e all’eredità di Michael: un’icona che conserva ancora oggi una forza d’attrazione capace di accendere entusiasmi profondi, quasi fosse un miracolo che si rinnova nel tempo.

Redazione

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