A Roma, in via Sampiero di Bastelica 12, Spazio URANO si trasforma. Dietro una facciata discreta, Silvio Angeli dà vita a “I resti del mondo | fase 4”, un progetto che intreccia scarti e rinascita. Non una semplice mostra, ma un laboratorio dove materiali abbandonati si rigenerano, raccontando storie di natura e memoria sociale. L’accesso è su appuntamento, fino al 10 maggio, ma quel che resta dentro si fa sentire a lungo, molto dopo aver varcato la soglia.
Nato nel 2018 da un’idea di Campese, Spazio URANO si è guadagnato negli anni un posto di rilievo nel panorama romano, capace di unire formazione, produzione e mercato senza scendere a compromessi sulla qualità culturale. Nel 2026 ha cambiato pelle con il lancio di “START again”, un modello gestionale articolato in cinque sezioni operative. Tra queste ci sono le studio-visit, una piccola fiera d’arte accessibile e un front-office dedicato a fornire un supporto concreto e costante agli artisti.
L’obiettivo è chiaro: rendere lo spazio sostenibile creando un’economia che funzioni davvero per il progetto culturale. Così, Spazio URANO ridefinisce il ruolo della galleria indipendente nel circuito contemporaneo, trasformando le sue mura in un sistema integrato. “START again” non è solo un format nuovo, ma un metodo che mette insieme formazione, produzione e mercato in un unico soggetto capace di reggersi sulle proprie gambe e affrontare le sfide di oggi.
Il lavoro di Angeli parte da un gesto semplice ma potente: raccogliere materiali abbandonati, scarti industriali e naturali spesso ignorati nel quotidiano. Non cerca oggetti finiti, ma frammenti che possano diventare tracce visive e strumenti di un linguaggio creativo essenziale. Questi residui, invece di essere dimenticati, si caricano di nuovi significati, trasformandosi in stencil che fanno emergere figure ibride.
Sono organismi sospesi tra rovina e rinascita, evocazioni di mondi post-umani dove tecnologia e vita organica si mescolano senza soluzione di continuità. La ricerca di Angeli restituisce un paesaggio ibrido, dove l’opera dialoga con l’ambiente e la cultura, creando un confronto tra traccia e presenza, rifiuto e potenzialità.
Angeli parte da luoghi vicini, come i parchi e le zone marginali di Roma vicino a casa sua. Qui natura e artificio si intrecciano in modi intriganti ma anche ambigui. Nascono così incontri inattesi tra scarti tecnologici e materia organica, che lui chiama “fiori post-umani”.
Questi micro-territori raccontano la presenza ingombrante dell’uomo, che lascia dietro di sé impronte e detriti. Il progetto richiama il concetto di Terzo Paesaggio di Gilles Clément, ma con una differenza importante: qui l’azione umana non scompare, anzi si impone con forza trasformando l’ambiente. Angeli costruisce così un’archeologia del presente, dove ogni residuo diventa documento e traccia poetica delle metamorfosi urbane.
Nel suo lavoro, Angeli usa materiali leggeri come carte e veline per catturare impronte e forme quasi invisibili. Queste tracce minime si trasformano in dispositivi poetici che raccontano la memoria degli oggetti abbandonati in modo delicato e raffinato. Il processo creativo crea una rete di testimonianze silenziose, dove ogni segno diventa indizio di passaggi e cambiamenti.
Questa archeologia visiva lavora su più livelli: non solo estetico, ma anche concettuale. Ogni residuo si carica di significati che vanno oltre l’oggetto, aprendo finestre su riflessioni più ampie sul fragile rapporto tra uomo e ambiente. La galleria diventa così una cornice viva, che accoglie questi segni come parte integrante della narrazione.
Lo sguardo di Angeli tocca anche temi scientifici, come il cambiamento climatico e l’impatto che l’uomo ha sull’ambiente. È un’analisi attenta che mette in luce come l’uomo stesso sia un residuo tra tanti, intrappolato in un sistema complesso di accumuli e rifiuti.
Il “meta-residuo” prodotto rischia di rompere equilibri delicati, ma l’artista evita toni solo negativi. Al contrario, l’abbandono diventa un’apertura, un segno leggero che conserva una tensione verso nuove forme di vita. La trasformazione è possibile, nascosta tra le fragilità e la resistenza stessa dei materiali.
La mostra, aperta fino al 10 maggio 2026 su prenotazione, rompe i confini tradizionali dell’esposizione. Spazio URANO si trasforma in un organismo vivo, parte integrante della ricerca di Angeli. Le superfici diventano depositi di stratificazioni visive ed emotive, restituendo uno spazio dove opera e ambiente si parlano in modo completo.
L’esperienza immersiva spinge i visitatori a riflettere su come viviamo e modifichiamo il mondo intorno a noi, sulle scelte che facciamo e ciò che lasciamo alle spalle. “I resti del mondo | fase 4” conferma così la forza dell’arte contemporanea di fare da ponte tra cultura e realtà, invitando a una presa di coscienza collettiva.
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